Le donne cambiano la storia, cambiamo i libri di storia

24 novembre 2010

SOTTO LA SOLA BANDIERA POSSIBILE: QUELLA NERO-VERDE

E' bello, giusto, opportuno riflettere su un grande evento. E' importante capire, leggere interpretare cosa è successo all'Aquila il 20 novembre scorso. E' interessante vedere come ognuno lo faccia con le chiavi di interpretazione che sono a lui/lei più congeniali. In ognuno c'è la voglia di capire perché e chi è stato mosso da quale motivazione, perché lui non è venuto e il suo simile sì, cosa ha spinto francesco e cosa ha frenato giovanni, che magari avrebbe volentieri sfilato con gli altri.

Tanti cari amici e amiche hanno vinto il pudore che impediva loro, in altre occasioni, di mettere a nudo i propri sentimenti,  di parlare al cuore e non solo alle coscienze, ed hanno scritto parlato cantato ritmato, hanno dato la loro lettura della manifestazione. 

Che bello…vedere cultura spesa bene e non livore, astio, odio per l'appartenenza dell'altro. Esercizio ormai consueto in un paese dove tutto è da ricondurre alla divisione politica, dove non esiste più l'altro da te, ma solo il nemico, non più da combattere ma da distruggere.

Nella rete, dal venti novembre, ha imperato un florilegio di letture della giornata, e tutte ugualmente belle da leggere, utili per  riflettere.

Nessuno ha esternato verità assolute!

Lo hanno fatto solo i vescovi, prima,durante e dopo la manifestazione (ma loro sono adusi al linguaggio del dogma e a parlare in nome di altissime autorità, e spesso dimenticano che il dono dell'infallibilità risulta appannaggio del papa e solo quando parla "ex catedra!).

Assieme ai rappresentanti di santa madre ecclesia si sono sperticati in anatemi e reprimenda i rappresentanti della politica locale e regionale.

Manifestazione della sinistra, strumentalizzata da una parte…..

Ma tutte e due le categorie sopra menzionate lo fanno per mestiere, è un modo come un altro di sopravvivere e in alcuni casi di trarre vantaggio…non solo spirituale!

Voglio provare a dare la mia lettura, avvertendo in premessa che non sono solito enunciare certezze, e che il dubbio, e l'amore per il confronto sereno e per il conflitto culturale, hanno animato ed animano la mia vita e guidano il mio comportamento; assieme ad una ed una sola certezza assoluta: il rispetto delle altrui posizioni, soprattutto quando divergono dalle mie!

Fatta questa premessa, comincerei con il rispondere al quesito da molti posto sugli assenti e sui presenti. Non c'erano perché ignavi? Impauriti?, dissidenti? Indifferenti?

 Mi interessa poco, non c'erano e basta! Aveva carlo un mal di testa o giulia il raffreddore, o semplicemente luigi non aveva voglia di inzupparsi d'acqua!

Ho voglia di capire, in verità, i bisogni veri, gli interessi personali e quelli generali delle  persone,  quelle presenti e attive, quelle conquistate alla lotta, quelle che non ne vogliono sapere.

E porre a me e non ad altri come, quando e in quali termini ho interpretato le loro legittime esigenze, i loro reali bisogni?

Libertà va cercando che è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta.

Siamo ancora una ex comunità di persone disperse in mille e mille situazioni, e nell'intimo  delle persone vivono piccoli e grandi drammi, da quelli della vita in una città che è un caos di giorno e la materializzazione della tristezza di notte; ammazzata dal traffico, dal rumore e dalla sporcizia nei luoghi faticosamente riconquistati alla vita; buia, triste, sola e esangue appena si arriva all'imbrunire, soprattutto in questo inizio d'inverno che si presenta nella sua palese tragicità.

Vale sforzarsi di capire il perché di un comportamento omissivo, ma forse è opportuno rivolgere il pensiero al fatto che tanti di loro avevano una casa, un rifugio sicuro nella comunità di affetti che era ed è la  famiglia, e che si apprestano a passare questo(secondo, e speriamo che basti!) inverno nelle nuove c.a.s.e., alberghi, rifugi, agriturismi ecc, in situazioni determinate non da  scelte personali e ragionate, ma costretti dal disastro che ha portato via casa, case, a volte affetti, e a tutti la città, il luogo della storia, il deposito della propria cultura e il blasone della propria identità!

Una ragione in più per partecipare?

Certo, forse è così, anzi, preso da razionalismo assoluto dico che questo si doveva e si deve fare; se vuoi le cose, devi conquistartele: non ci sono scorciatoie.

Ancora lunga sarà la nostra vicenda, cari amici miei; non di intolleranza e sfoggio di certezze, men che meno  di enunciazioni di assiomi dovrà caratterizzarsi il nostro rapporto con gli altri; dal confronto delle nostre idee, proposte e propositi con quel muro di silenzio e di timore che ancora possiede e rende normale la vita dei più usciranno sintesi unificanti e utili per tutti.

Torno per un attimo a quella che è l'esperienza a me più vicina: la politica.

Non ha fatto bella mostra di sé: ogni occasione è stata ed è  buona per riproporre la parvenza di battaglia politica che quotidianamente viene messa in scena, al solo scopo di catturare attenzione ed interviste. Figurarsi una manifestazione che coinvolge decine di migliaia di persone!

Prima durante e dopo l'esercizio noioso delle litanie alle quali siamo ormai assuefatti si è ripetuto, con i soliti argomenti triti e ritriti, dalla destra come dalla sinistra, il rito: se Piccone afferma che la sinistra strumentalizza, il segretario del PD lo conforta dicendo che il popolo è sceso in piazza per dare l'ultima spallata al berlusconismo!

Nessuno, ripeto nessuno, ha guardato dentro la proposta, si è scomodato a capire che dietro la presenza di decine di migliaia di persone c'era una piattaforma, c'erano idee e progetti per la rinascita dell'Aquila e del suo territorio, c'era tutto ciò che la politica non è stata in grado di pensare, elaborare e decidere, come pure sarebbe suo dovere.

Povertà di idee, assenza assoluta di proposta e di cultura di governo, mancata comprensione, sin dal 7 aprile 2009, dell'entità del dramma occorso alla città e alla comunità. Questo ha caratterizzato il delirio a cui si è imprigionata la politica cittadina e regionale.

Consentite a me una domanda:

perché, signori protagonisti della politica, non avete VOI elaborato una piattaforma di confronto con il governo, condivisa con i cittadini, e soprattutto perché non avete voi chiamato i cittadini in piazza, a sostegno degli obiettivi di rinascita condivisi?

Non è forse compito di una classe dirigente comprendere e valutare a fondo il dramma della città e della comunità, e conseguentemente operare senza rassegnarsi all'immobilismo?

Questa politica del vuoto e del nulla, per farsi valere, ha bisogno di alzare i toni dello scontro, di urlare invettive e parole vuote, non di confrontarsi su proposte e su progetti alternativi, che non ce ne sono, né possono esserci, data la qualità media della rappresentanza politica aquilana e regionale!

Questo è stato  l'errore fatale degli aquilani dopo il 6 aprile: accettare supinamente lo scontro tra fazioni, che evitavano scrupolosamente di mettere al primo posto gli interessi della città e dei cittadini, e dimenticavano il dovere primo di ricostruire  una comunità sommersa di macerie.

Dei tono alti, urlati, ne aveva bisogno la destra, che doveva magnificare le sorti del capo che aveva fatto il miracolo, all'Aquila come a Napoli,  come in ogni posto del mondo dove poggia i piedi;

e ne aveva bisogno la sinistra, che all'inizio ha assecondato ogni azione del governo e del commissario straordinario, e in un secondo momento, avvicinandosi le elezioni e sapendo di perderle, ha tentato di salvare il salvabile non con progetti ed idee, ma urlando all'untore, dando al prosieguo dell'azione politica il connotato di una battaglia ANTI, che nulla aveva ha da spartire con il dramma della città e del suo territorio.

Vogliamo meravigliarci se a  fronte di tale vuoto si è insinuata tra le persone una sorta di assuefazione come di chi, rassegnato, pensa ormai che non ci sia più nulla da fare, nessuna possibile ricostruzione morale e civile e materiale di una città  ormai condannata inesorabilmente agli esiti nefasti del terremoto e consegnata al malaffare.

Non vedo sintomi che testimonino un moto di indignazione che permetta di aprire finalmente le finestre e immettere aria fresca e pulita.

Forse è ancora presto per un risveglio delle coscienze, forse ancora brucia la ferita del 6 aprile, forse…….forse.

Ma non abbiamo a che fare con la gente, con anonimi individui; io vedo davanti a me persone, uomini e donne, tante e tanti giovani aquilani,  portatori sani di sofferenza interiore e di rinnovata sensibilità.

Nasce e si fa strada, a fatica ma pure con determinazione, la volontà di essere presenti e protagonisti di un futuro tutto da conquistare; ognuno sa che per ottenere risultati certi e tangibili bisogna lottare, e che ci vuole innanzitutto UNITA' cittadina e condivisione degli obiettivi, e che le nostre battaglie, si devono combattere sotto un unico vessillo: la nostra bandiera Nera e Verde.

 

Totò Di Giandomenico

Cittadino senza città





1 commento:

AMg ha detto...

Caro Totò, ti ringrazio di questa analisi così amorosa e fiera. e del tuo invito ai tuoi concittadini a ritrovare o forse a trovare le loro migliori energie per associarsi nel ricostruire una comunità che sia degna di questo nome.

Perchè una... città, una civitas, è una comunità di cittadini che rispettandosi nelle loro differenze di sentimenti, di conoscenze, di opinioni e finanche di emozioni, si consorziano in un progetto comune di vita e per questo costruiscono strade, case, infrastrutture e tutto quello che è necessario loro per svolgere le loro attività creative, produttive, sociali...
Ciò che è crollato era il risultato di un processo di questo tipo, con la pazienza, la laboriosità, la proverbiale cocciutaggine, portato avanti nel tempo, nei lunghi secoli in cui la vostra L'Aquila ha preso forma attraverso il lavoro , l'esperienza, gli errori e le conquiste della gente che l'ha popolata e le ha dato anima e corpo.
Ma anche se le macerie sparissero d'incanto e le case e gli edifici distrutti risorgessero come prima del 6 aprile, L'Aquila non sarebbe più la stessa che ricordate e non la sentireste tale, neanche se la vedeste tal quale il 5 aprile.
Perciò potete, e dovrete, costruire in ogni caso una città "nuova", una L'Aquila che magari nella forma somigli, sembri l'antica, ma senza tutti gli errori e le omissioni che hanno reso possibile la sua distruzione in una catastrofe naturale, sia pure così potente.
Il pianeta Terra non ubbidisce (e non è neanche ipotizzabile che lo faccia ) alla nostra volontà, siamo piuttosto noi, suoi ospiti, che dobbiamo imparare ad adattarci alle sue azioni, che sono per lei naturali, senza ignorarle per incuria o per ignavia o per interesse particolare.
E per cominciare a progettare una civitas è indispensabile non disperdere la rete labile delle energie civili che ancora ci sono, capaci e disponibili a coltivare con amore disinteressato, e non a parole, la difficile ricostruzione di una comunità, la civitas, divisa più che dalle distanze di alloggio dalle distanze nelle qualità di interesse individuale e di gruppo....E questo non si può comprare, né finanziare da parte di nessuno, perché non c'è finanziamento che lo possa pagare.
Vi aspetta un compito difficile, anzi difficilissimo, ma meravigliosamente stimolante per le energie più sane e civili che ci sono, per risanare, prima che le case e le chiese e le strade, il rapporto di convivenza solidale di tutti con tutti, per realizzare quella sinergia di intenti e di progetto senza la quale più che una serie di scatole abitative somiglianti a quelle perse non riuscirete a costruire.
Io faccio il tifo per la comunità/civitas de L'Aquila, so che ce la farete, anche se sarà necessario tempo e fatica e disponibilità di ciascuno a mettere in gioco le proprie migliori energie e non solo i propri personali interessi, come è in gran parte accaduto fin'ora.