Le donne cambiano la storia, cambiamo i libri di storia

14 novembre 2010

BIRMANIA/BONINO: "LA LIBERAZIONE DI AUNG SAN SUU KYI CI LIBERA ANCHE DAI NOSTRI SENSI DI COLPA"



































Foto agosto 1996: Emma Bonino, all'epoca Commissaria europea, effettua una visita semiclandestina alla leader dell’opposizione birmana, Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace.

13 novembre 2010
La notizia che aspettavamo da tanti - troppi - anni è finalmente arrivata. L'annunciata liberazione di Aung San Suu Kyi mi riempie di gioia anche se occorre essere cauti rispetto ad un regime che ci ha abituati al peggio. Le elezioni-farsa della settimana scorsa e la messa al bando della "Lega nazionale per la democrazia" ne sono solo l'ultimo esempio. 
In attesa di conoscere i termini della liberazione, la comunità internazionale - il segretario generale dell'Onu in primis - deve vigilare affinché avvenga senza condizioni e in modo tale da consentire a San Suu Kyi di riprendere il posto che le spetta nella vita del paese.

Dopo la "rivoluzione di zafferano" dei monaci buddisti del settembre 2007 - quando il mondo intero si è fermato, ma solo per un attimo, incantato dalla dignità di una rivoluzione di matrice spirituale - la tragedia della Birmania è ripiombata nel silenzio generale. 
Un silenzio che ha pesato come un macigno perché è anche nostra responsabilità se San Suu Kyi ha subito per oltre 15 anni l'isolamento dagli affetti, l'isolamento fisico, l'isolamento politico. 
La sua liberazione ci libera anche noi: ci libera dai sensi di colpa che noi tutti non possiamo non avere pensando alla Birmania, una delle società politicamente più depauperate ma spiritualmente più vibranti al mondo, dove cinquanta milioni di persone vivono come ostaggi: prigionieri nel loro stesso paese, come dice San Suu Kyi.

Alcuni, certo, sono più responsabili di altri. Sono quei paesi che hanno i maggiori interessi economici in Birmania - come qualche grande vicino nella regione - e che, per questo, non esercitano le opportune pressioni affinché ci sia un "regime change" in Birmania.

Da parte nostra, come radicali, continueremo a mantenere costante l'attenzione per riconoscere il giusto valore e per onorare l'impegno di chi si batte per i diritti umani e la democrazia ovunque nel mondo, moltiplicando le iniziative nonviolente che contribuiscono a diffondere l'idea che stato di diritto, giustizia e libertà non sono ideali astratti ma conquiste che dobbiamo pretendere per tutti. Per me questa è la lezione che ci ha voluto dare in tutto questi anni e che continua a darci  Aung San Suu Kyi e di cui dovremmo, tutti, fare tesoro.


Nessun commento: