Le donne cambiano la storia, cambiamo i libri di storia

24 settembre 2010

QUARANTA

Condivido con il mio fidanzato il letto, la tendenza sessuale e i quarant’anni. Il 1970 è stato una buona annata per il gene gaio se considero la statistica tra i miei amici. Facciamo a gara a chi arriva per ultimo ai Quaranta. Ci telefoniamo a vicenda non appena uno passa la soglia e ci divertiamo a prenderci in giro. L’ultimo, il più giovane di noi, chiuderà l’anno dei festeggiamenti a fine dicembre. Fino ad allora dobbiamo sopportare il suo ghigno compiaciuto. La cosa più romantica che il mio compagno è riuscito a dire al mio compleanno è stata: “Finalmente ci sei arrivato anche tu. Mi sentivo cosi solo negli anta”. E già non potevo più vendicarmi delle volte che qualcuno mi ha chiesto: “Ma quanti anni in meno ha il tuo ragazzo?” Lui che in realtà ha un mese più di me.
Anche mio papà si è accorto che suo figlio sta invecchiando. “Dovresti farti dare da Berlusconi l’indirizzo del suo specialista per i capelli.” Lui con la sua chioma grigio-nera ha la battuta facile: come mai non mi ha trasmesso quel gene? Il suo dono ereditario di consolazione è stato il pelo fitto un po’ ovunque, pure sulla schiena, che trovo veramente eccessivo nonostante l'aria di virilità che un tantino di pelo concede a un maschio.
I miei amici, senza tanti giri di parole, mi confessano che mio papà è per loro una fonte di ispirazione. Trovano che sia un grande, più figo di me: ha 68 anni e sa apprezzare i piaceri della vita. Ha una compagna di vent’anni più giovane di lui. Come si vede non è un fatto di numeri essere vecchi o giovani.
Ogni tanto il cervello non riesce a fare quel salto temporale: per me resta un quesito logico-matematico irrisolto il fatto che i genitori dei miei alunni possano ormai essere più giovani di me! E che una mia ex-alunna possa salutarmi su facebook con in braccio il suo bambino di pochi mesi. Mi piace pensare che, quando mi son messo con il mio compagno, i miei alunni di oggi non erano ancora nati.
La figlia di mio fratello raramente mi chiama zio. Da quando sono iscritto in chat, invece – per esattezza da giugno 2006 – ragazzi ventenni mi mandano messaggi chiamandomi zio e autodefinendosi miei nipotini. E non hanno neppure timori di eventuali rapporti incestuosi: attraverso le onde blu di gayromeo son arrivate varie richieste di adozione. Non disdegnano né l’uno né l’altro dei loro papà e non vedono l’ora di intrufolarsi nel letto dei loro genitori acquisiti.
Per quanto tempo ancora potrò attrarre questi potenziali figli illeggittimi mettendo online mie foto seminude senza cadere inevitabilmente nel ridicolo?
Gli altri mi chiedono: allora, com'è avere quarant’anni? Non so cosa rispondere. Perché non dovrei essere più io quel ragazzo innamorato di Hiroshi che guardava il corpo di metallo di Jeeg Robot con tanto desiderio? Solo perché da Jeeg sono passato a Sagat? Dal cartone giapponese all’industria dell’hardcore americano?
Per tanti versi non mi sento di essere più maturo oggi. Se scavo tra le mie paure più profonde scopro che son rimaste le stesse e che in tutti questi anni non sono riuscito a vincerle neanche in minima parte. Ogni tanto mi sveglio ancora nella notte con l’incubo di dovermi presentare a un esame scolastico, di fogli con complicate formule di matematica che non so decifrare. Perché a ogni compleanno non riesco a lasciarmi alle spalle una di queste paure?
Oggi è proprio di marmo, dice il mio compagno, come se fosse l’eccezione e perciò degno di essere menzionato. Da quando ha iniziato a dare un giudizio sulla qualità della mia erezione? A volte mentre passo le mani sul suo corpo nudo, lui cita un nostro amico coetaneo che da pochi anni ha scoperto la sua predilezione per i ragazzi ventenni: “Ma vuoi mettere la pelle di un ventenne?” Ci ridiamo sopra. Alcune cose sono irrecuperabili, cose che non potranno essere più nostre. Il tempo fa terra bruciata. Ma mentre ridiamo insieme sentiamo leggero – diviso tra quattro spalle – il peso delle cose non vissute.

(10. 6. 2010, dedicato ai miei nipotini in rete)

ANONIMO GAY

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