Le donne cambiano la storia, cambiamo i libri di storia

29 settembre 2009

La sfida iraniana, l’impotenza occidentale

di Michele Minorita da Notizie Radicali 29 settembre 2009

La notizia che l’Iran dispone di un secondo impianto per

l’arricchimento dell’uranio era certamente nota a Israele,

agli Stati Uniti e nelle principali cancellerie occidentali.

Probabilmente solo Berlusconi la ignorava. All’ammissione

di siti finora ufficialmente “sconosciuti” è seguita la

scontata sequela di minacce e la prevedibile assicurazione,

che l’uranio è “a un livello di arricchimento utile solo per

produrre energia per scopi civili”.

“Teheran”, dice il presidente americano Barack Obama

“continua a non rispettare i suoi obblighi internazionali…

Ci aspettiamo un’immediata investigazione sull’impianto

atomico costruito segretamente da Teheran. Stati Uniti,

Francia e Gran Bretagna hanno presentato alle autorità

internazionali le prove che l’Iran ha nascosto per anni la

costruzione di un sito per l’arricchimento dell’uranio nei

pressi della località di Qum…la costruzione segreta di

questi impianti costituisce una violazione delle norme

internazionali”. Ineccepibile “fotografia” della situazione.

Ma una volta scattata “l’istantanea”, che fare?

Per paradosso, la notizia dell’impianto iraniano arriva proprio

nelle stesse ore in cui all’ONU veniva decretata una moratoria

nucleare salutata come un passo in avanti verso la distensione

e la pacifica coesistenza.

Emanuele Ottolenghi, direttore del Transatlantic Institute,

un think tank con sede a Bruxelles, da tempo ammonisce che

non bisogna coltivare troppe illusioni. Il mondo, ricorda, ha saputo

della pericolosità del programma nucleare iraniano nell’agosto

del 2002, durante un briefing tenuto a Washington dal Consiglio

Nazionale della Resistenza in Iran. Da allora la comunità

internazionale ha chiesto invano di poterne verificare la natura

pacifica. Teheran nel frattempo è andata avanti per la sua

strada eludendo la trattativa diplomatica, incorrendo in cinque

dure censure nella forma di risoluzioni ONU al Consiglio di Sicurezza

e subendo infine le sanzioni economiche.

Sempre Ottolenghi avverte che entro breve tempo l’Iran di

Ahmadinejad potrà disporre di un arsenale atomico; arsenale che

potrà usare per promuovere le sue ambizioni egemoniche in Medio

Oriente. Il problema è che non si sa bene cosa fare. Da tempo

Israele, che è il paese più direttamente minacciato dall’Iran, ha

predisposto piani militari per neutralizzare gli impianti nucleari,

un’operazione tipo quella già avviata nei confronti dell’Irak di

Saddam, quando bombardò e distrusse gli impianti di Osirak. Solo

che questa volta l’impresa sarebbe molto più rischiosa: l’Iran,

memore della lezione, ha delocalizzato gli impianti, che sono stati

costruiti a parecchie centinaia di metri sotto terra. Gli esperti

concordano sul fatto che colpirli tutti, e simultaneamente, è

praticamente impossibile. L’Iran avrebbe insomma la possibilità

di reagire, si scatenerebbe una catena incontrollabile, non solo

contro Israele. Lo stretto di Ormuz, dove transita praticamente

buona parte del greggio usato in Europa, verrebbe immediatamente

bloccato, con effetti intuibili sui mercati; in più tutte le bande di

terroristi “in sonno”, legati o meno ad al Qaeda si sentirebbero

in dovere di intervenire. Insomma, sarebbe come gettare un fiammifero

acceso in una polveriera.

Fino a ieri la Russia e la Cina hanno spalleggiato l’Iran; la Russia

anzi ha fornito molta tecnologia ad Ahmadinejad, e se siamo al punto

in cui siamo, è anche per responsabilità del “caro amico Putin”. Ora

l’asse Mosca-Teheran sembra essersi raffreddato; non così quello con

Pechino, che continua a giocare su ogni tavolo possibile, Africa, Medio

Oriente, Sud America, con spregiudicatezza allo scopo di acquisire la

maggior quantità possibile di risorse energetiche. Quanto all’Unione

Europea – che peraltro sempre più è un’espressione lessicale – preferisce

affrontare la crisi in ordine sparso, ignorandola. Pesano, evidentemente,

i tanti legami commerciali che ogni paese della comunità ha stretto

con Teheran. Il presidente francese Nicolas Sarkozy propone nuove

e più aspre sanzioni contro l’Iran; a favore di penalità più stringenti

anche il premier britannico Gordon Brown e il presidente del Consiglio

italiano Silvio Berlusconi. L’esperienza però dimostra che raramente

le sanzioni hanno avuto l’effetto desiderato.

Un quadro complesso e delicato. Una cosa è indiscutibile: grazie all’Iran,
il Medio Oriente è in cima a un precipizio. Il problema è come tagliare le
zanne al Ahmadinejad. L’opposizione interna al regime appare debole, e
comunque non si sa bene come aiutarla davvero; l’Occidente, del resto,
non ha mai davvero messo la questione nella sua agenda. Il problema, in
estrema sintesi, è così riassumibile: la risposta militare – oltretutto con i
fronti aperti in Irak e Afghanistan – non è praticabile.
Ma quale altra risposta lo è?
E’ su questa paralisi che l’Iran lucra e punta le sue carte.

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