Le donne cambiano la storia, cambiamo i libri di storia

10 marzo 2009

Dieci marzo, per non dimenticare la tragedia del Tibet

Chi ha a cuore la vita e la libertà del Tibet è invitato a partecipare

(A)

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Della tragedia tibetana, della feroce repressione attuata dai militari cinesi nel paese himalayano, non si parla. Tutto è stato messo a tacere.

Le voci che sono riuscite ad evadere dalla fitta cortina di silenzio imposta dal regime di Pechino descrivono un clima preoccupante con frontiere chiuse al turismo, migliaia di militari armati, connessione telefoniche e internet interrotte, poliziotti e soldati cinesi dinanzi ai principali monasteri.

La Cina, questo gigante la cui crescita economica si è retta sulla sistematica violazione dei diritti umani, su una politica imperialistica, brutale nei confronti delle minoranze etniche, sui lavori forzati negli immensi laogai, sullo sfruttamento della manodopera femminile e dei bambini, ha paura. Per questo ostenta i muscoli e fa il volto feroce.

Samdhong Rimpoche, primo ministro del governo tibetano in esilio, ha denunciato da Dharamsala, in India, di essere al corrente di provocazioni da parte autorità cinesi e di nutrire, pertanto, fondati timori che la situazione possa ulteriormente degenerare.

Nonostante tutto la forza della nonviolenza non s’arresta. I monaci non si piegano alla campagna di “rieducazione” comunista.

In circa seicento hanno marciato fuori dal monastero di Sey a Ngaba, nel Sichuan, in occasione del Monlam Chenmo, capodanno tibetano, sfidando ogni divieto e disperdendosi solo quando sono stati affrontati dalla polizia in tenuta antisommossa. Non si sa se il monastero sia stato messo a soqquadro. E’ quasi sicuro che i cinesi non si siano fatti poi tanti scrupoli. Lì, a Ngaba, durante le sommosse dello scorso anno erano state uccise almeno dieci persone, tra cui una sedicenne.

Nella stessa zona il 27 febbraio scorso Tapey, un monaco del monastero di Kirti, si è dato fuoco per protestare contro la proibizione, opposta dai cinesi, di celebrare la festività. La polizia gli ha sparato addosso nel tentativo di scongiurare che potesse divenire un martire della resistenza. L’hanno portato via e si ignora che fine abbia fatto.

E mentre il Dalai Lama ribadisce, con la sua straordinaria saggezza, che la via della nonviolenza è l’unica praticabile e insiste nella ragionevole rivendicazione di un’effettiva autonomia per i tibetani (ben diversa, quindi, da quella ingannevole contemplata dal vergognoso accordo in diciassette punti imposto dai cinesi nel 1951), l’organo ufficiale del Partito comunista cinese, con i soliti toni deliranti, scrive che i problemi in Tibet sarebbero causati da “forze occidentali anticinesi che vogliono creare divisioni, indebolire e demonizzare la Cina” e annuncia provocatoriamente, nell’approssimarsi del cinquantesimo anniversario della rivolta di Lhasa nei confronti degli invasori comunisti e della conseguente sanguinaria risposta militare, nientemeno che l’istituzione di una giornata “dell’emancipazione degli schiavi” per sottolineare la presunta liberazione comunista dagli usi e costumi di una tradizione millenaria.

Il ministro degli esteri cinese Yang Jiechi lancia minacciosi avvertimenti al mondo intero diffidando i vari governanti dall’incontrare il Dalai Lama, tacciato come sempre di essere un “pericoloso separatista”.

Proprio un bel regime quello di Pechino che, tra l’altro, approfitta dello status speciale di membro permanente del Consiglio di sicurezza Onu, per difendere Omar al-Bashir, il dittatore del Sudan accusato di crimini di guerra per il genocidio del Darfur! Si dà il caso che la Cina, in cambio di generose forniture di armi, riceva dal Sudan i due terzi del petrolio che si estrae laggiù.

Ma torniamo al Tibet. Samdhong Rinpoche, da parte sua, si è nuovamente appellato alla comunità internazionale affinché eserciti pressioni per dissuadere la Cina dall’adottare misure repressive nei prossimi giorni.

Per capire perché i cinesi guardino con tanto nervosismo alla data del dieci marzo bisogna fare, però, qualche passo indietro e andare all’inizio, nel secolo scorso, dell’attuale tragedia tibetana.

Nel 1949, con l’avvento al potere a Pechino di Mao Tse Tung, l'esercito della Repubblica popolare cinese, in flagrante violazione del diritto internazionale, invase il Tetto del Mondo. Dopo avere sconfitto il piccolo e male addestrato esercito tibetano e occupato metà del territorio, nel maggio 1951, il governo comunista impose a quello tibetano il cosiddetto “Accordo in 17 punti per la liberazione pacifica del Tibet, che prevedeva l’annessione del Tibet alla Cina sia pure in condizioni di notevole autonomia. Si trattava di un documento sottoscritto con la forza e, pertanto, privo di validità secondo il diritto internazionale. Era, in realtà, un pretesto per spianare all'esercito comunista la strada per Lhasa. Cosa che puntualmente avvenne nel settembre 1951.

Nel tentativo di trovare una qualche forma di compromesso, il Dalai Lama si recò nel 1954, allora ventenne, a per incontrare direttamente Mao, Ciu En Lai e altri dirigenti comunisti.

Nonostante le rassicurazioni ricevute, trovò al ritorno una situazione aggravata. Alle innumerevoli angherie e violenze compiute dai cinesi ai danni della popolazione e dei monasteri, i tibetani prevalentemente dell’Amdo e del Kham (i fieri khampa) avevano risposto dando vita al Gushi Gangdruk, letteralmente “Quattro fiumi e sei catene di montagne”, un vasto movimento di resistenza attivo in tutta la parte nord-orientale del Paese.

Alla fine del 1957 circa centomila guerriglieri combattevano per la libertà del Tibet.

La disparità delle forze in campo non lasciava, tuttavia, alcuna possibilità di successo alla pur eroica resistenza tibetana. I cinesi potevano, infatti, contare su un esercito armato di tutto punto, organizzato secondo una ferrea disciplina, che contava quattordici divisioni per un totale di oltre centocinquantamila uomini. Durante tutto il 1957 e il 1958 alle incursioni guerrigliere gli invasori cinesi rispondevano colpendo indiscriminatamente la popolazione civile, bombardando villaggi, uccidendo monaci, distruggendo monasteri e passando per le armi tutti coloro che ritenevano avere aiutato i partigiani. La potente macchina bellica maoista fu responsabile in quegli anni, come fu appurato in seguito da due dettagliati rapporti della Commissione Internazionale dei Giuristi, di un vero e proprio genocidio.

Dall’Amdo e dal Kham, sconvolti dalle battaglie, cominciarono ad affluire nelle province centrali di U-Tsang lunghe colonne di profughi. Dapprima si trattava solo di civili che cercavano di sfuggire alle violenze cinesi. Poi, man mano che si delineava l’inevitabile sconfitta militare, arrivarono anche nutriti gruppi di guerriglieri con l’intenzione di riorganizzarsi nel Tibet centrale per poi tornare nel nord-est. Era una speranza dimostratasi vana perché ormai la presenza cinese nel Paese delle Nevi si era consolidata. Il potere dello stesso Dalai Lama in pratica non esisteva più. Il campo d’azione del suo governo si limitava ai problemi di ordinaria amministrazione mentre per tutte le questioni importanti decidevano gli sprezzanti generali dell’Armata Rossa.

Lasciamo alla penna di Piero Verni rievocare quanto accadde in quei giorni cruciali: “Nel volgere di poco tempo – scrive Verni nel libro Il Tibet nel cuore (Sperling & Kupfer, 1999) - anche a Lhasa la tensione divenne intollerabile. I tibetani non solo erano costretti a subire ogni genere di violenze e soprusi ma dovevano anche assistere impotenti alle quotidiane umiliazioni inflitte al loro leader più amato, il Prezioso Protettore. All’inizio del marzo 1959 mentre nella capitale tibetana si celebrava il Monlam Chenmo, la Festa della Grande Preghiera forse la principale ricorrenza religiosa dell’intero anno, il Dalai Lama venne invitato a partecipare ad uno spettacolo che si sarebbe tenuto al quartier generale delle truppe cinesi. In realtà più che di un invito si trattò di una vera e propria convocazione dal momento che fu chiesto a Kundun di venire senza l’usuale scorta e accompagnato solo da un pugno di funzionari, peraltro disarmati. Il Dalai Lama, nonostante il parere negativo dei suoi ministri decise che un suo rifiuto avrebbe ulteriormente irritato i cinesi e quindi accettò di recarsi negli insediamenti militari cinesi alle condizioni che questi avevano posto. Ma quando i tibetani appresero la notizia decisero che non avrebbero permesso che il loro leader si consegnasse inerme nelle mani dei militari cinesi. Il popolo era convinto che lo spettacolo non fosse altro che un pretesto per rapire la Presenza. Testimoni oculari dissero di aver visto tre aerei pronti a decollare sulla pista del piccolo aeroporto di Damshung a un centinaio di chilometri da Lhasa. Altri raccontavano di aver sentito Radio Pechino affermare che il Dalai Lama era atteso nella capitale per partecipare alla ormai prossima riunione dell’Assemblea Nazionale Cinese. Tutti si dicevano decisi a difendere Kundun anche a costo delle loro vite. Il clima era ormai pre-insurrezionale. La miscela rappresentata dai profughi delle regioni nord-orientali, dai membri della resistenza, dai pellegrini convenuti a Lhasa per le celebrazioni del Monlam e dalla gente normale esasperata da anni di occupazione, si rivelò esplosiva. Ognuno aveva la sua tragica storia da raccontare e i suoi rimedi da proporre. Ci si eccitava gli uni con gli altri e il numero dava l’errata sensazione di poter essere abbastanza forti da sconfiggere l’occupante. Il risultato di questo stato di cose fu un imponente assembramento di popolo che si riunì intorno al Norbulinka (4) dove si trovava il Dalai Lama. La gente chiedeva apertamente al governo di ripudiare il Trattato in Diciassette Punti e che i cinesi se ne andassero dal Tibet. Quello che la folla voleva ormai andava ben oltre la partecipazione del Prezioso Protettore allo spettacolo cinese. La parola d’ordine era, “Libertà e indipendenza ”.
Ovviamente i cinesi erano furiosi per quello che succedeva in città e pretendevano non solo che il Dalai Lama si recasse al loro quartier generale ma che il suo governo disperdesse con la forza gli “assembramenti non autorizzati”. Tenzin Gyatso era quindi in una difficilissima posizione. Da un lato sapeva bene che i timori della sua gente erano più che fondati ed era commosso dalla lealtà e dall’affetto dei suoi sudditi, dall’altro si rendeva perfettamente conto che nulla avrebbero potuto contro il micidiale apparato bellico dei loro nemici. Decise quindi di fuggire sperando in questo modo di calmare le acque, far scendere la tensione sotto il livello di guardia e poi riprendere la strada del dialogo e delle trattative. La notte tra il 17 e il 18 marzo il Dalai Lama e un piccolo gruppo di persone tra cui vi erano i suoi famigliari e alcuni ministri uscì segretamente dal Palazzo d'Estate per cercare rifugio nelle zone meridionali del Tibet ancora non del tutto controllate dai cinesi. Purtroppo le speranze del Dalai Lama che una sua partenza avrebbe potuto sistemare le cose si dimostrarono vane. La notte tra il 19 e il 20 marzo cominciò la battaglia di Lhasa. I cinesi bombardarono il Norbulinka, probabilmente sperando che la Presenza potesse morire sotto le bombe, e poi attaccarono la città. Vennero colpiti il Potala, il Jokhang, le abitazioni. La gente combatteva per le strade una lotta eroica ma impari. Le donne e gli uomini di Lhasa affrontavano un esercito moderno ed equipaggiato di tutto punto, armati con vecchi fucili, coltelli e bastoni. I soldati di Pechino furono implacabili e decine di migliaia di persone, in gran parte civili, morirono sotto i colpi di una repressione feroce
(furono uccisi ottantasettemila tibetani e migliaia vennero incarcerati, n.d.r.). Il governo tibetano venne sciolto e tutte le autonomie riconosciute dal Trattato in Diciassette Punti abolite. Il Dalai Lama riuscì a stento a mettersi in salvo. Scortato da un pugno di uomini della resistenza raggiunse dapprima Lhuntse Dzong, una località vicina al confine indiano, dove in un primo tempo pensava di fermarsi in attesa di tornare a Lhasa. Ma di fronte al precipitare della situazione e alle notizie terribili che giungevano dalla capitale decise che non aveva altra scelta se non riparare in India dove giunse il 31 marzo dopo un viaggio che in tutto era durato due settimane e durante il quale aveva percorso oltre un migliaio di chilometri. Il governo di Nuova Delhi concesse immediatamente asilo politico al Dalai Lama che dall’India chiese aiuto alla comunità internazionale per il suo martoriato Paese sul quale erano calate le tenebre di una lunga notte di orrori e tragedie che non è ancora terminata”.

Per ricordare il dieci marzo 1959 ed affermare pieno sostegno al popolo tibetano e al Dalai Lama sono state organizzate diverse iniziative per domani. Tra queste la più importante si svolgerà a Roma con il seguente programma:

- maratona oratoria dalle 15.00 alle 18.00 in piazza Montecitorio, di fronte all’ingresso principale della Camera dei Deputati, in concomitanza con la discussione e la votazione in aula della mozione “Mecacci” in sostegno dell’autonomia tibetana e della politica nonviolenta del Dalai Lama;

- alle ore 18.30 assembramento in piazza Madonna di Loreto / piazza Venezia per una fiaccolata silenziosa che, attraverso i Fori Imperiali, giungerà al Colosseo, illuminato in segno di sostegno dell’amministrazione capitolina alla causa tibetana e a supporto della battaglia nonviolenta del Dalai Lama.

La manifestazione è stata organizzata dalla Comunità tibetana con il supporto ed il sostegno di: Ass. Donne Tibetane in Italia, Ass. Italia-Tibet, Ass. Radicali Roma, Students for Free Tibet Italia, Ass. Animalisti Italiani, Ass. Amici del Tibet, Ass. Rimè onlus, Lao Gai Foundation, Ass. Il Divenire, Ass. AREF onlus, Società libera, Progetto Asia, Istituto Samantabhadra, Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito, Intergruppo Parlamentare per il Tibet.


di Francesco Pullia

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