Le donne cambiano la storia, cambiamo i libri di storia

21 maggio 2008

"caso Tortora", "caso Italia"

Notizie Radicali
lunedì 19 maggio 2008
Il "caso Tortora", il "caso Italia". Due articoli di Leonardo Sciascia

Nel capitolo VIII dei "Promessi Sposi" - quello in cui Renzo e Lucia si
introducono con uno stratagemma in casa di don Abbondio a che, suo malgrado,
li faccia marito e moglie - nel descrivere la confusione che ne segue per la
pronta reazione di don Abbondio, Manzoni dice: "In mezzo a questo serra
serra, non possiam lasciar di fermarci un momento a fare una riflessione.
Renzo, che strepitava di notte in casa altrui, che vi s'era introdotto di
soppiatto, e teneva il padrone stesso assediato in una stanza, ha tutta l'apparenza
d'un oppressore; eppure, alla fin de' fatti, era l'oppresso. Don Abbondio,
sorpreso, messo in fuga, spaventato, mentre attendeva tranquillamente a'
fatti suoi, parrebbe la vittima; eppure, in realtà, era lui che faceva un
sopruso. Così va spesso il mondo.voglio dire, così andava nel secolo decimo
settimo".

La battuta ironica che conclude la riflessione dice della ragione stessa che
l'ha suscitata: Manzoni non sta parlando soltanto del secolo decimo settimo,
ma anche del suo, del nostro, dell'Italia di sempre. E del resto tutto il
romanzo - ma non so quando si capirà appieno e, soprattutto, quando in
questa chiave lo si farà leggere a scuola - è un disperato ritratto dell'Italia.

Su questa riflessione conviene - è il caso di dire - riflettere in rapporto
alla questione del processo di Napoli che socialisti e radicali stanno
agitando ricevendone l'accusa di una intrusione e aggressione che sta
facendo scampanare ad allarme le campane della retorica nazionale così come
quella notte le campane della chiesa di cui don Abbondio era curato. E con
questo voglio anche dire che conoscendo l'Italia, l'Italia del Manzoni, l'Italia
di cui Pirandello diceva che le parole vanno nell'aria aprendo la coda come
tacchini, radicali e socialisti avrebbero forse dovuto esser più cauti, meno
intempestivi, aspettare, insomma, la sentenza. E non perché il loro
intervento davvero costituisca una intrusione, una interferenza, un'aggressione:
ma perché hanno dato modo alla retorica nazionale di scampanare allarme per
l'attentato alla libertà e indipendenza del potere giudiziario. Hanno dato
modo, insomma, di far gridare allo scandalo: e queste grida sovrastano e
sommergono lo scandalo che loro intendono denunciare, fanno perdere di vista
gli argomenti - a dir poco inquietanti - che accompagnano la loro denuncia e
le danno in equivoca ragion d'essere e forza.

E' facile, scampanando retorica e sollecitando un mai sopito
plebeismo, fare
apparire una vittima come un privilegiato: ed
è quel che si sta tentando di
fare con Enzo Tortora. Ma il caso
Tortora non sta solo nell'angosciosa
vicenda che lui sta vivendo:
è il caso del diritto, il caso della giustizia.

(da "Il Corriere della Sera" 3 agosto 1985)

Leggo la requisitoria del pubblico ministero Armando Olivares (bel nome del
viceregno spagnolo) al processo d'appello contro la nuova camorra
organizzata: la NCO, altra sigla che è venuta ad aggiungersi al lessico già
abbastanza intricato delle sigle. E si dice per dire, processo contro la
NCO: poiché non si sa bene contro chi si volgano, in prima e seconda
istanza, questi processi napoletani, configurandosi piuttosto, a mia
impressione, in una specie di autoprocesso all'amministrazione della
giustizia, a suo modo di essere e di affermarsi.

La leggo, la requisitoria del pubblico ministero, nella "sbobinatura" che
della registrazione ha fatto il Partito Radicale: e magari ci sarà qualche
errore di trascrizione, qualche parola mal sentita o saltata; ma non è per
queste zeppe che la lettura mi riesce faticosissima, la più faticosa in cui
mi sia imbattuto in più di mezzo secolo di esercizio. Le virgole, i punti e
virgole, i due punti, gli interrogativi, i trattini, le parentesi, le
virgolette che aprono e chiudono le citazioni, mancano del tutto. Ci sono
soltanto i punti fermi, che sono tali per modo di dire. E, si capisce e
giustifica che coloro che hanno "sbobinato" ne abbiano fatto a meno: non si
riesce a capire quando e dove collocarli. Le incertezze e i sobbalzi
sintattici dell'oratore; il suo andare e venire dentro gli atti e le cose
ascoltate come dentro una gabbia cercando inutilmente un'uscita; il suo
afferrare un concetto per la coda restando così con la sola coda nella mano:
non a un discorso che abbia premessa, svolgimento e conclusione ci si trova
di fronte, ma a un franare incontenibile di parole, di "materiali di
riporto" da cui con estrema difficoltà si può disseppellire qualche coccio,
ma disparato e d'impossibile assemblaggio.

Quando io andavo a scuola, e la scuola già appariva abbastanza malandata (ma
davvero c'è stato un tempo in cui andava bene?), si raccontava l'aneddoto di
quella commissione d'esami in cui interrogato in storia, il candidato dice a
un certo punto: "I galli hanno sceso per le Alpi". Al che il professore di
lettere dolcemente osserva: "Se si potrebbe dire", così suscitando l'indignazione
del presidente, che esclama: "Dove abbiamo giunto!". Ma ormai non si tratta
più di errati ausili dati ai verbi e di sfasamento di modi e tempi che
peraltro concedevano di capire quel che si voleva dire: si tratta, ormai, di
non riuscire a trovare nelle parole l'argomento, il concetto, i discorso. Le
parole davvero volano; e continuano a volare senza identità, come gli UFO,
quando si tenta di fermarli in scrittura. Magari congiuntivi e condizionali
saranno a pasto, ma è la sicurezza e chiarezza di quel che si vuol
comunicare che vien meno.

Questa impressione ho avuto assistendo per una mattinata al maxi-processo di
Palermo, quando deponeva Tommaso Buscetta: e soltanto quel che diceva
Buscetta mi era comprensibile. Ma non perché, credo, Buscetta fosse in grado
di parlare un italiano migliore, ma perché sapeva quel che voleva o non
voleva dire, perché ci aveva pensato su, perché gli era necessaria la
misura, l'accortezza, la precisione. Il problema è tutto qui: nel conoscere
l'argomento di cui si parla, nel farsene una opinione, un giudizio: e nel
portare avanti quell'opinione, quel giudizio, con quella esattezza che può
essere coronata dal "come volevasi dimostrare" - che la dimostrazione sia
interamente convincemente o meno. Si può anche partire - senza accorgersene
o accorgendosene - da un anello che non tiene: ma una concatenazione deve
pur esserci.

E per tornare alla requisitoria del dottor Olivares, eccone uno stralcio, un
esempio: "Io vorrei mutuare per un momento la mia posizione con quella di
coloro che si sono improvvisati giuristi, operatori del diritto o quel che
sia, ma che sostanzialmente erano politici, trinciando giudizi in difesa di
un dogma sostanzialmente, per poter dire da quel buon politico che sono che
Tortora un politico non lo era affatto, forse Tortora sarà stato
strumentalizzato dalla politica, probabilmente sarà una vittima della
politica, ma invece un politico non si può dire neanche oggi che presiede un
partito che ha dei rappresentanti in parlamento, e ritengo che sia così,
sbaglierò, non lo so, ma io così ho visto Tortora fin dal primo momento; e
allora perché Tortora sarebbe stato scelto a copertura? Perché è un
personaggio popolare? Sì, era un personaggio popolare perché in quel momento
gestiva una rubrica televisiva popolare, quindi era certamente molto
conosciuto, ma certamente un politico non era e certamente non poteva essere
scelto a copertura di uno scandalo di stato. Io avrei immaginato, supposto,
che un'operazione del genere fosse stata fatta per Negri, per esempio,
perché politico Negri lo era sul serio a fine rivoluzionario, avrei potuto
pure trovare degli inquirenti sempre politicizzati fino al collo perché
indubbiamente ci voleva acquiescenza di costoro per poter organizzare una
copertura di questo genere, e allora in questo caso, sfruttando il fatto
così come lo definisce Pandico avrebbero azzardato una copertura, ma nei
confronti di Negri non nei confronti di Tortora che non c'entra
assolutamente nulla e che io ricordo esclusivamente come il simpatico
conduttore di una rubrica televisiva, "Portobello" , che gestì un mercatino,
un pappagallo, quel che sia, ma comunque nient'altro che quello. Ripeto:
Tortora io l'ho considerato non un politico, e tuttora ritengo che sia stato
una vittima della politica, ma non certamente un politico; mi perdonerà, ma
è quello che io penso, che io ritengo, probabilmente sbaglierò, ma il mio
pensiero è esclusivamente questo".

Quel che il dottor Olivares (la cui prosa mi sono permesso di deputare di
qualche ripetizione e di aiutare con qualche segno di interpunzione) vuol
dire, è questo: che non è vero che "pentiti" e magistrati abbiano scelto
Tortora (personaggio popolare sì, ma non politico) per far dimenticare il
caso Cirillo. Quel che invece non avrebbe voluto dire, e invece dice, e in
un senso che si può dire univoco, è che Tortora è vittima della politica. In
qual senso si può dire "vittima della politica" se non nel fatto che il suo
divenire politico, il suo candidarsi ad essere eletto nelle liste di un
partito politico, l'assunzione del suo caso a problema politico della
giustizia in Italia, ha provocato l'irritazione e l'accanimento nei suoi
riguardi, prescindendo dai termini di diritto che soli si sarebbero dovuti
usare per giudicarlo? "Voce dal sen fuggita.".

Non si capisce perché Tortora, di fronte al diritto, di fronte alle leggi
che devono giudicarlo, nella valutazione delle prove e degli indizi di
colpevolezza, sia una "vittima della politica".

Ma il dottor Olivares insiste sino alla fine in questa sua idea fissa. Indi
conclusione: un buon ragazzo, prima, non si sa come, forse ricattato,
coinvolto nel traffico della droga; poi rovinato dalla politica. "E' stato
un ingenuo": diamogli dunque sei anni di reclusione. In quanto al diritto,
lasciamolo ancora nella valle del sonno in cui giace.
(da "Panorama" 7 settembre 1986)

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