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7 marzo 2008

Un nuovo partito per l'Europa?

da La Repubblica, 6.3.08

Un nuovo partito per l'Europa

di Giorgio Ruffolo

Il salvataggio del Trattato di Lisbona non può nascondere lo
sfinimento dell'impresa europea. Quel salvataggio ha impedito il
fallimento del più grande disegno politico che il secolo XX ha
lasciato in eredità al XXI. Come tale deve essere accolto con
sollievo. E ha ragione Giorgio Napolitano a sollecitarne la
ratifica.

Ma è un fatto che la diplomazia sta esaurendo le possibilità di un
sostanziale rilancio di quella grande impresa.

Quello che è in crisi, in Europa, è proprio il progetto europeo,
nato dopo la guerra da motivazioni forti largamente condivise. Come
si disse allora: il ricordo tremendo di Hitler e il terrore
immanente di Stalin. A quelle subentrò presto una grande spinta
economica: il successo ottenuto dall'abbattimento delle frontiere
economiche nazionali, accompagnato - non bisogna dimenticarlo - dal
sostegno decisivo del Piano Marshall. C'era anche, certamente,
l'utopia concreta di Spinelli, confinato da Mussolini a Ventotene,
che diede all'avventura europea un respiro storico. Ma senza quelle
spinte "neurovegetative" quel disegno non avrebbe acquistato la
forza che gli permise di superare le resistenze tenaci del
nazionalismo e dei protezionismo.

Sempre più ì vantaggi della progressiva integrazione economica hanno
determinato le successive fortune di questa impresa per molti
aspetti sorprendente e rivoluzionaria. La quale però non è stata
accompagnata da un parallelo processo di legittimazione politica.

Questo divario è dovuto, sostanzialmente, alla debolezza di
legittimazione sostanziale democratica, che la grande innovazione
del Parlamento europeo è stata in grado di scongiurare solo in
parte.

Il successo dell'integrazione, d'altra parte, ha creato una massa di
beni comuni, una res publica sulla cui gestione i cittadini
dovrebbero esercitare una sovranità democratica. Ma non esistono
strumenti di mobilitazione politica, partiti europei capaci di
promuovere organizzare e rappresentare concretamente questa
sovranità. Così l'Europa è apparsa sempre più, non una passione ma
una convenienza.

Questa crisi di legittimità sostanziale non potrà risolversi
attraverso nuovi sforzi diplomatici. C'è bisogno della pressione
vigorosa e costante di una nuova forza politica transnazionale.

Per molto tempo ho creduto e sperato che questa forza potesse essere
il partito socialista europeo. Devo prendere atto del fallimento di
questa speranza. Mi chiedo ora se il "bisogno" d'Europa non possa
essere tradotto in domanda politica concreta da una formazione
politica europea più vasta che raggruppi, oltre alle forze
socialiste, quelle liberali democratiche e riformiste. E,
rovesciando consapevolmente la mia posizione iniziale, mi chiedo se
ciò che i socialisti non hanno saputo fare, fissati in un passato
nazionalstatalista paralizzante, può farlo una forza più vasta che
abbracci, nel Parlamento europeo un'area socialista liberale
democratica e riformista. In tal caso la novità del partito
democratico italiano, anziché una sottrazione, potrebbe essere una
occasione di sviluppo di una più ampia forza politica transnazionale
capace di riunire tutti coloro che si riconoscono nel progetto di
una Repubblica europea, così come auspicato da Stefan Collignon in
un suo libro recente.

Questa nuova formazione o coalizione o partito europeo potrebbe
costituirsi in vista delle elezioni europee del giugno 2009. Essa
potrebbe iscrivere come impegno concreto del suo programma comune
una radicale riforma dell'Unione al di là di Lisbona affidata al
Parlamento europeo in quella funzione costituente che fu auspicata
nel 1979 da Altiero Spinelli e Willy Brandt.

Si aprirebbe così finalmente un percorso democratico per «sciogliere
l'antico nodo di contrastanti visioni del progetto europeo e far
emergere una nuova volontà politica comune» raccogliendo così
l'invito di Giorgio Napolitano davanti alla Università Humboldt di
Berlino.

Tale riforma dovrebbe prevedere tra l'altro l'investitura diretta
del Presidente della Commissione da parte dell'Assemblea sulla base
dei risultati elettorali e l'accordo successivo del Consiglio dei
ministri rovesciando in senso democratico la struttura
costituzionale dell'Unione. La nuova formazione dovrebbe proporre il
suo candidato alla Presidenza della Commissione prima delle prossime
elezioni europee del 2009.

Qualora la proposta di riforma ed il metodo costituente per
elaborarla ottenessero un voto popolare consistente o addirittura
maggioritario, esse sarebbero investite di una legittimità ben più
potente di qualunque stremata e faticosa convenzione
intergovernativa. Si tratta di un approccio
tipicamente "spinelliano" che consegna di colpo all'istituzione più
democratica dell'Unione, il Parlamento europeo, un ruolo politico
centrale. E essenziale che il nuovo gruppo democratico del
Parlamento europeo abbia alle spalle un vero partito transnazionale
dotato di una struttura e di una strategia.

La struttura. Una organizzazione permanente capace di irraggiare
attorno a sé una vasta area di consenso, di formulare proposte, di
governarne la gestione, di promuovere campagne, di organizzare le
elezioni ma anche e soprattutto, di realizzare la costruzione di
reti nei più diversi campi della realtà sociale: lingua, scuola,
università, viaggi, informazione, arte, cultura. Insomma, la
nervatura di una società europea inscritta nella coscienza e nelle
opere dei cittadini europei.

La strategia. Una serie di proposte intese al riordinamento della
governance mondiale: come, ad esempio, quella diretta ad affrontare
il disordine monetario mondiale.

Da qualunque parte si proceda si incontra comunque, se si vuole
rilanciare questa grande impresa storica, l'impasse del governo
politico democratico.

Occorre dunque accumulare una massa critica di volontà capace di
affrontare questa impasse. Un secondo messaggio di Ventotene? Non ci
sono più Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, rinchiusi allora
nell'isola del vento in un'Europa travolta dalla tempesta. Ci sono
però, in un'Europa felicemente prospera e libera, persone dotate di
prestigio intelligenza e volontà tali da lanciare credibilmente in
un manifesto l'appello alla formazione del nuovo partito della
repubblica europea.

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