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18 gennaio 2008

il papa e la sapienza....

Tutto sbagliato, tutto da rifare
di Daniele Garrone, decano della Facoltà valdese di teologia

Il papa, "La Sapienza" e la laicità asfittica del nostro paese

Di fronte a quello che sta succedendo a seguito dell’invito rivolto al
Papa a presiedere l’apertura dell’anno accademico all’Università La
Sapienza di Roma, mi viene in mente solo il vecchio adagio di Gino
Bartali: "Tutto sbagliato, tutto da rifare". Purtroppo, nulla si può
rifare e si rimane attoniti spettatori dell’ennesimo colpo inferto, da
ogni parte, alla asfittica laicità del nostro paese. Le critiche
all’iniziativa del rettore vengono - da destra e sinistra, da
cattolici militanti e da chierichetti atei - stigmatizzate come
violazione della libertà di parola.

Tutti - compresi gli ex fascisti e gli ex-comunisti, dunque gli eredi
delle culture non liberali - diventano profeti di liberalismo.

Ritenere non opportuno un invito a tenere un discorso è cosa
diversa
dall’impedire a qualcuno di esprimere le proprie opinioni.
Il Papa non è un semplice accademico che sostiene tesi controverse o
formula ipotesi non condivise da pochi o da molti. Il Papa parla di
valori non negoziabili, non formula ipotesi; pretende di esplicitare
la verità; si pronuncia non come esponente di una delle varie
religioni e confessioni presenti sulla agorà, ma come esperto di
umanità in grado di indicare i fondamenti dello Stato e i criteri di
una corretta laicità.

Il Papa pretende di sapere per tutti noi come si

debbano rettamente coniugare fede e ragione.

Se vogliamo, il Papa è
anche l’ultimo sovrano assoluto per diritto divino. Benedetto XVI bolla la ricerca del pensiero scientifico e filosofico
della modernità
“post-cristiana” come dittatura del relativismo.
Cioè pronuncia una
drastica censura nei confronti di quello che è lo
spirito della
ricerca libera e senza presupposti che spero presieda all’insegnamento nelle nostre università.

Benedetto XVI persegue, con grande
intelligenza, una strategia di
rimonta nei confronti della società
laica e pluralista.

Tutto questo andava ricordato nel momento in cui lo si invitava.

Si doveva sapere che il Papa non viene a discutere o a confrontarsi, ma
viene per essere ascoltato con reverenza ed eventualmente accolto con
una genuflessione. Si doveva sapere che era legittimo dissentire
dall’invito, non perché si è oscurantisti ma perché non si può né si
vuole riconoscere la pretesa che egli statutariamente e quindi
inevitabilmente porta con sé. Per queste ragioni io non l’avrei
invitato a presiedere l’apertura dell’anno accademico. Lo inviterei
però, domani stesso, a partecipare come uno dei relatori ad undies
academicus: si darebbe un bellissimo esempio di cosa può essere una
università libera e laica e veramente plurale.

Perché - sebbene gli
italiani, in primis gli atei devoti, di destra
come di sinistra, non
lo sappiano - qualunque “capo religioso”,
persino il Papa, nella
democrazia discorsiva è “uno dei relatori”.
Nulla di meno - e va detto
con forza e io lo faccio con assoluta
convinzione - ma neanche nulla
di più.

Una volta che l’invito - inopportuno a mio avviso - era stato rivolto,
il Papa doveva parlare. Il dissenso era legittimo; se il dissenso
poneva problemi di ordine pubblico - in una università il dissenso si
esprime con il dibattito delle idee e con un po’ di humour - essi
dovevano essere risolti come ogni altro problema di ordine pubblico.

Nessuno, tuttavia, può essere posto al riparo dal dissenso che si
manifesta nelle forme legittime. Tra l’altro, giova ricordare che Gesù
si espose sulla pubblica piazza, senza aver prima negoziato con
l’autorità le condizioni consone alla sua visita. Anzi parlò senza
essere invitato. Ci pensino quelli che nel Papa ravvisano il Vicario e
che oggi vedono in lui la vittima di un sopruso.

Chi pensava che Benedetto XVI fosse meno capace di “comunicare” del
suo predecessore, ha oggi una bella smentita.

Non andando alla Sapienza, il Papa diventa una vittima dell’intolleranza
laica, la nuova inquisizione lo sta portando al rogo. Bisogna vegliare per lui.

Me lo si lasci dire, visto che i miei antenati di inquisizione ne
sapevano qualcosa: quando c’è l’inquisizione non si tratta di qualche
sberleffo o magari di qualche insulto in mezzo ad un folla compunta e
persino adorante.

Per giorni non si parlerà d’altro. E anche senza questo incidente,
ogni giorno, dalla mattina alla sera, le televisioni italiane
(l’Europa e il mondo sono un’altra cosa) parlano del Papa e dei suoi
moniti e dei suoi rimbrotti e dei suoi non possumus che vogliono dire
“non dovete”.


Ora tutti faranno a gara per riparare, per scusarsi, per

far vedere che - per quanto atei - si sa dare alla chiesa e al papa il
dovuto riconoscimento.

Per fortuna le occasioni non mancheranno: c’è

una legge sulla libertà religiosa da lasciar sepolta; la 194 da
rivedere; il riconoscimento delle unioni civili da non prendere
neppure in considerazione; la vita da tutelare.
Forse si potrebbe
anche porre qualche limite alla diffusione dei
contraccettivi.

E poi
siamo italiani, la fantasia non ci manca,
sapremo come farci
perdonare.

D’altronde, se non abbiamo avuto Lutero, Kant e Jefferson

non è colpa nostra.
Tratto da NEV - Notizie evangeliche del 16 gennaio 2008

http://www.chiesavaldese.org/pages/archivi/index.php?id=653

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