Le donne cambiano la storia, cambiamo i libri di storia

15 gennaio 2008

Barack Obama o Hillary Clinton ?

L'ossessione nera che fa vecchio Obama
• da Corriere della Sera del 10 gennaio 2008, pag. 42
http://www.radicali.it/view.php?id=113628
di Christopher Hitchens

L’interrogativo, in termini nudi e cru­di, suona così: il segreto sta in ciò che egli è o in ciò che non è? Oppure, parafrasando: a fare la differenza è quel che egli dice o quel che, non dice?
Il senatore dell'Illinois Barack Obama è l'odierno beneficiario di un vero e proprio tsunami di idiozie.
L'uomo invoca di tanto in tanto la fiducia di tutti gli americani — senza distinzione di razza, colore della pelle, cre­do religioso e compagnia bella — ma inneggia anche — stan­do almeno ai suoi discorsi più recenti — a una vittoria per la comunità nera, il tutto mentre i suoi sostenitori — quelli di pelle bianca in primis — si commuovono all'idea di inse­diare finalmente un afro-ameri­cano alla Casa Bianca.
Restano un po' in disparte i guru eletto­rali di Hillary Clinton che, inca­paci di suscitare lo stesso entu­siasmo e orgoglio identitario attorno a questa donna raggrin­zita e permalosa, forse rimpian­gono di non aver puntato a suf­ficienza sull'idea che, in realtà, «il nostro primo presidente ne­ro» fu proprio il suo sbandato consorte.

O forse no.
Nessuno avverte una nota patetica e imbarazzan­te, in tanta enfasi attorno a sfumature così banali?
E perché mai, a dirla tutta, chi ha avuto una madre di pelle bianca andrebbe annoverato tra i neri?
A questo sono valsi tutti gli sforzi e i sacrifici profusi per supera­re la sentenza Plessy-Ferguson e proclamare l'illegittimità del­la segregazione razziale?
Sa­remmo forse pronti, ipotizzan­do che sua madre vantasse an­che origini ebraiche, a incoronare Obama quale «primo pre­sidente ebreo» degli Stati Uniti d'America?
Più si insisterà nel celebrare la mera identità di Obama come una «conquista», più si darà prova dell'incapacità di emanciparsi dalle vecchie categorie identitarie che han­no imprigionato il pensiero il­luminato.

Non si può propriamente so­stenere che lo stesso senatore Obama strizzi l'occhio a quanti tirano in ballo il colore della pelle.
Uno tra i capitoli più inte­ressanti della sua affascinante autobiografia racconta il gior­no in cui Alan Keyes, il suo sfi­dante repubblicano (e nero) nelle elezioni a senatore dell'Il­linois, lo accusò di non posse­dere sufficiente «negritudine», non essendo un discen­dente degli schiavi d'America!
Scegliendo di accusare il colpo a cuor — pardon, color — leg­gero, Obama è riuscito a segna­re una pietra miliare. Non si ri­schia, tuttavia, di ricadere nell1 insulso errore di Keyes ogni qual volta sbandieriamo la pig­mentazione del senatore?
Se tanta era la voglia di un presi­dente (o almeno un vice) «ne­ro», già molti anni fa si sareb­be potuto incoronare en masse Angela Davis (che fu anche, tra l'altro, la prima donna a candi­darsi in una lista nazionale) — o i reverendi Jesse Jackson o Al Sharpton. Perché, dunque, nul­la di tutto ciò è avvenuto? La politica, forse, ha fatto la sua parte?

Si dà il caso che, appena la scorsa settimana, il Kenya — Paese d'origine del padre di Obama — sia stato sconvolto da scontri politici contrasse­gnati da spiacevoli derive ispi­rate dal tribalismo più violento e sadico.
Ebbene, dinanzi agli elogi verso un candidato «ne­ro», un keniota resterebbe per­plesso quanto lo sarebbero tut­ti (o quasi) i miei lettori euro­pei se invitati a votare per la «grande speranza bianca».
E se un turista di pelle bianca in Kenya non sarebbe probabil­mente in grado di distinguere a colpo d'occhio un Kikuyu da un Luo, un keniota lo farebbe senza alcuna difficoltà.

Si è or­mai definitivamente conclusa l'epoca in cui, negli Stati Uniti, un polacco-americano non avrebbe mai votato per un can­didato di nome tedesco, o in cui gli Sharks di «West Side Story» erano ai ferri corti con i Jets. Tutto ciò è dovuto al fatto che (mutuando la definizione di nazione coniata da Ernest Renan) si è consensualmente deciso di dimenticare parec­chie cose, tenendone a mente altre.
E noi, in quale direzione ci stiamo muovendo oggi?

Il senatore Barack Obama è membro della Trinity United Church of Christ di Chicago.
Vi consiglio caldamente un giro da brivido sul suo sito web (www.tucc.org).
Guidata dal ti­po di individuo che la stampa sovente (e cautamente) tratteggia come flamboyant—il sedi­cente reverendo dottor Jeremiah A. Wright Jr. — questa stravagante gang si autodefinisce «orgogliosamente nera e fieramente cristiana» (www.tucc.org/about.htm) e predica di un «popolo eletto» la cui natura è, con tutta evi­denza, «afrocentrica».
La stes­sa congregazione vende libri ispirati al creazionismo, e sulla home page del suo sito web campeggia un link a «Goodsearch» (wiyw.goodsearch.com), un motore di ricerca — con tanto di aureola a suggello del logo — che annuncia con trion­fante euforia: «Ogni volta che cerchi o compri on line la nostra Chiesa si arricchisce!»-.
Tut­to (o quasi) ciò che la Trinity United predica è innocuo e soporifero, un po' come i demen­ziali proclami del governatore Mike Huckabee, per cui il suo successo in Iowa è paragonabi­le al «miracolo» dei pani e dei pesci.
Senza tralasciare, poi, che lo stesso sito web propone al visitatore un volume intitola­to «Bad girls of the Bible. Exploring women of questionable virtue» (Cattive ragazze del­la Bibbia: un viaggio attorno a figure femminili di discutibile virtù), che ho subito aggiunto al mio carrello.
Resta il fatto, però, che nessuno — e per nes­suna ragione — può pretende­re di venire preso sul serio e, al contempo, avere minimamen­te a che fare con un contesto così dozzinale e retrivo.

E tutto il facile chiacchieric­cio intorno al leader che uni­sce e non divide perde ogni si­gnificato, se un giorno si dice una cosa e quello successivo il suo esatto contrario.
Il sotto­scritto brontola ormai da mesi davanti a personaggi come Mitt Romney, che deve ancora rispondere a una sfilza di inter­rogativi relativi al retroterra as­solutamente razzista della Chiesa cui appartiene o Huckabee, il quale ha mostrato pubblica­mente di non comprendere neppure il fondamento di un principio — la teoria-spartiac­que dell'evoluzione attraverso la selezione naturale — in cui sostiene di non credere.
Non pochi democratici mi danno ra­gione al riguardo ma diventa­no improvvisamente muti allor­ché il senatore Obama decide di giurare fedeltà a una Chiesa di fanatici e con una profonda connotazione etnica.

Il tacito accordo in virtù del quale la comunità nera viene consegnata all'egida dei predi­catori, costituisce di per sé una forma di accondiscendenza raz­zista.
E l'incauta santificazione di Martin Luther King jr. ha da­to adito a una grossolana rilet­tura storica che cancella i grandi eroi (bianchi e neri) laici — Bayard Rustin, A. Philip Randolph e Walter Reuther — che organizzarono di fatto la mar­cia su Washington. Ma ha an­che accordato un lasciapassare a tutti quei demagoghi che, in un modo o nell'altro, riescono a fregiarsi del titolo di «reverendo».
Gli elettori di pelle bianca che, seppure inconscia­mente, indulgono all'idea che la comunità nera non desideri niente di meglio che prestar fe­de ai predicatori, non soltanto calpestano la dignità dei loro fratelli e sorelle di colore, ma danno anche man forte ai ministri o diaconi di pelle bianca che ricorrono allo stesso strata­gemma, da Jimmy Carter a Mike Huckabee.
Prima del New Hampshire, i caucus dell' Iowa di inizio 2008 non aveva­no messo il suggello al vecchio incubo razziale dell'America, bensì segnato l'ennesima tappa di un lungo e travagliato pe­riplo attorno alla devozione, all'«elevazione» e ai bifidi paro­lai dell'ottimismo.

NOTE
© Christopher Hitchens,
distribuito da The New York Times Syndicate
Traduzione di Enrico Del Sero

1 commento:

Anonimo ha detto...

barack obama lo ritengo odioso,si sente tutto lui con la faccia da presa per i fondelli quel suo masticare la gomma..mi da l'idea più di un terrorista che di un politicante mentre hillary mi sembra l'immagine perfetta della donna politica che si batte per i diritti altrui e poi è americana per eccellenza l'america le scorre nel sangue ha a cuore la gente i bambini le vecchine tutti tutti gli americani il cognome clinton è americano mentre barack obama rappresenta tutto fuorchè un presidente !