Le donne cambiano la storia, cambiamo i libri di storia

6 maggio 2014

Quale futuro per gli ebrei in Ucraina ?

dal BOLLETTINO  della Comunità ebraica di Milano, da pag. 8 a pag.15, due articoli di Anna Lesnevskaya, con i titoli "Kiev: gli ebrei tra due fuochi " e "L'orgoglio ritrovato degli ebrei di Mosca".
 E' la prima, approfondita analisi sulla situazione degli ebrei nei due paesi, un futuro che si prospetta denso di pericoli.

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Servono a poco le smentite da parte dei due governi, l'antisemitismo è in forte crescita, come dimostrano gli attacchi alle sinagoghe, il più recente in Ukraina, a Nikolajev, nell'est, dove una sinagoga è stata attaccata nottetempo a colpi di bottiglie incendiarie, scagliate contro l'ingresso e le finestre. Così come la schedatuta degli ebrei, un ordine impartito ieri dalle autorità filo-russe di Donetsk, riferita da un pezzo sulla STAMPA del 18/04, leggibile al link: http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=6&sez=120&id=53099.

Ecco i due articoli di Anna Lesnevskaya:

Kiev: gli ebrei tra due fuochi
   

«Ho una paura innata di qualunque tipo di nazionalismo. In Galizia, che all’epoca faceva parte della Polonia, i miei bisnonni sono stati sgozzati dai nazionalisti». Yulia Grishchenko, Rabbino capo della comunità Reform di Odessa, spera che presto le piazze della sua città si plachino, allontanando il suo antico terrore. Non solo nel porto sul Mar Nero – una volta centro di una vivacissima, fiorente e ricca comunità ebraica, popolato oggi da circa 30 mila ebrei -, ma anche ovunque in Ucraina, la tensione tra Mosca e il nuovo governo di Kiev ha resuscitato le peggiori preoccupazioni della Comunità ebraica. Mentre lo stillicidio di aggressioni contro gli ebrei negli ultimi due mesi ha spinto le sinagoghe e altre istituzioni ebraiche del Paese a rafforzare le misure di sicurezza. La memoria storica degli orrori del passato non è mai scomparsa. Durante la Shoah sono morti un milione e 500 mila ebrei ucraini, più della metà della popolazione dell’attuale territorio della repubblica ex-sovietica. Ora, dopo, l’aliyà di massa o l’esodo verso gli Usa, con l’avvento della Perestrojka, in Ucraina sono rimasti circa 300 mila ebrei, secondo i dati del Vaad ucraino. Una cifra ancora imponente, che fa di quella ucraina una delle più numerose e importanti Comunità del mondo.


Kiev, la Sinagoga Centrale
Gli ebrei ucraini sono stati da sempre vittime dei pogrom. Proprio Odessa, un secolo fa, ne ha conosciuto uno dei peggiori: nell’ottobre del 1905, 400 ebrei furono uccisi dai membri dell’organizzazione russa nazionalista e antisemita, le Centurie nere. Si incolpava la popolazione ebraica di aver scatenato e pilotato la Rivoluzione del 1905. Dietro ogni cambiamento politico, dietro ogni situazione di disagio sociale, in Ucraina, le teorie antisemite del complotto hanno sempre coinvolto le Comunità. Sta accadendo puntualmente anche questa volta.
«Sui mezzi pubblici e gli autobus di Simferopoli, in Crimea, si parla male degli ebrei, e tutti ripescano i soliti vecchi schemi di pensiero: dicono che sono gli ebrei la mente che si cela dietro le proteste di piazza Maidan a Kiev», racconta Mikhail Kapustin, Rabbino della comunità riformata della città della Crimea. Nella penisola sul Mar Nero, i Reform prevalgono su altre correnti del giudaismo, diversamente dal resto del Paese, dove la comunità più forte è invece quella dei chassidim Chabad-Lubavitch. Il 28 febbraio scorso sono state proprio le porte della sinagoga Reform di Simferopoli, quella del rabbino Kapustin, ad essere imbrattate da svastiche e da una scritta antisemita: “Morte agli zhid (parola dispregiativa che indica gli ebrei e considerata un grande insulto, ndr)”. «È una provocazione che vuole coinvolgere gli ebrei nel conflitto tra gli ucraini e i filorussi», commenta il rabbino.

Parola d’ordine: diffidare



La fossa comune del massacro di Babi YarAncor prima che la Crimea, col referendum del 16 marzo, decretasse a maggioranza bulgara (97 per cento) la volontà di annessione alla Russia, Kapustin ha deciso che presto avrebbe fatto le valigie: «Non mi piace quello che sta succedendo qui. Voglio portare la mia famiglia in un posto sicuro il prima possibile».
La penisola, oggi al centro del conflitto tra Mosca e Kiev, negli Anni Venti del secolo scorso sembrava una terra promessa per gli ebrei ucraini. Grazie all’aiuto economico del Joint Distribution Committe e col benestare del Pcus, si sono sviluppate in queste zone delle comunità agricole in stile kolkhoz o kibbutz, nelle quali si trasferivano gli ebrei vittime dei pogrom. Tra di loro c’era anche il nonno di Anatolij Gendin, presidente dell’Associazione delle organizzazioni e delle comunità ebraiche della Crimea. È stato lui a scoprire le scritte antisemite sulla sinagoga riformata di Simferopol e a notare sul nastro della video-sorveglianza che a compiere l’atto è stato un giovane incappucciato. Alle 4 del mattino aveva scavalcato l’inferriata per poi tracciare i graffiti razzisti sulla sinagoga. «Dei gruppi estremisti stanno cercando di fomentare il conflitto razziale tra i nostri popoli. Ma non ci sono riusciti. In tanti mi hanno contattato offrendo di dare una mano per ripulire le porte della sinagoga», racconta Gendin che ha accolto con soddisfazione i risultati del referendum per l’annessione della Crimea alla Russia. «Nessuno mi convincerà che il leader del partito ucraino Svoboda, Oleg Tyagnibok, non è un antisemita. Sta cercano di dimostrarsi tollerante per non perdere gli elettori», sostiene Gendin, diffidente verso il nuovo governo di Kiev.

Piazza Maidan, Kiev
Il leader di Svoboda, una delle forze presenti nella protesta di Piazza dell’Indipendenza a Kiev (Maidan Nezalezhnosti), è noto per le sue frasi xenofobe. Oltre al partito Svoboda, che nel 2012 è entrato nel Parlamento ucraino, alle proteste di piazza Maidan ha partecipato anche un altro movimento nazionalista, il Settore Destro (Pravyj sektor). Tuttavia il suo portavoce, Artem Skoropadskij, ha negato in un’intervista ogni accusa di xenofobia: «Siamo contro il liberalismo radicale dell’Europa, la socialdemocrazia, il razzismo e l’antisemitismo. Siamo cristiani e nazionalisti».

Elezioni a maggio
Eduard Dolinskij, il presidente esecutivo del Comitato ebraico ucraino, organizzazione creata dalla comunità imprenditoriale per contrastare l’antisemitismo, prende con una certa cautela le dichiarazioni del Settore Destro (Pravyj sektor): «A maggio ci saranno le elezioni presidenziali e in seguito anche il voto per eleggere il nuovo Parlamento. Non escludiamo che nel corso della campagna elettorale gli slogan antisemiti possano riemergere». Per quanto invece riguarda il partito Svoboda di Tyagnibok, il Comitato ebraico ucraino ha più volte espresso preoccupazione per il suo ingresso nel Parlamento.
«Svoboda richiama l’antisemitismo nel suo programma elettorale», commenta Dolinskij. Rimane tuttavia scettico riguardo alle accuse di xenofobia contro piazza Maidan e il nuovo governo di Kiev, reiterate dal presidente russo, Vladimir Putin: «In Ucraina gli antisemiti ci sono, ma le dichiarazioni della Russia sulla discriminazione degli ebrei da parte del nuovo governo sono ridicole e senza fondamento».

Le aggressioni
Infatti, come spiega lo stesso Dolinskij, rimane tutt’ora ignota l’appartenenza politica delle persone che negli ultimi mesi hanno effettuato gli attacchi contro gli ebrei nella capitale ucraina. L’11 gennaio scorso, nell’androne del suo palazzo è stato pestato un insegnante di lingua ebraica, cittadino israeliano, pedinato mentre rincasava, dopo essere stato alla sinagoga di Rozenberg, nota anche come sinagoga Podol, in via Shchekavitskaja. Qualche giorno dopo, il 18 gennaio, vicino alla sinagoga è stato aggredito un talmid-yeshivà, uno studente di yeshivà, cittadino russo, Dov-Ber Glickam, 30 anni, che è stato ferito con un coltello. Infine, alla vigilia del referendum in Crimea, una coppia di coniugi è stata assalita per strada da un gruppo di giovani e salvata solo grazie a un taxi che stava transitando da quelle parti e che l’ha portata fin dentro la sinagoga. In seguito a questi attacchi, il Comitato si è rivolto al governo israeliano e alle organizzazioni ebraiche internazionali, chiedendo di rafforzare la guardia di sicurezza delle sinagoghe e di altri luoghi frequentati dagli ebrei.
La nota dolente è che è quasi impossibile verificare la totalità delle aggressioni antisemite in Ucraina. «Non c’è un sistema di monitoraggio, né un corpo di polizia speciale che si occupi dei delitti a sfondo razziale. Conosciamo solo i casi che coinvolgono gli ebrei iscritti alla Comunità, mentre tanti altri episodi possono rimanere nell’ombra perché non vengono denunciati», spiega Dolinskij.
«La comunità ebraica in Ucraina è stata usata dalla propaganda russa», ha dichiarato il Rabbino capo di Kiev, Yaakov Dov Bleich, nel corso di una conferenza stampa al Palazzo di Vetro di New York. «Per 22 anni ci siamo sentiti al sicuro in Ucraina», ha detto il rabbino, aggiungendo: «I russi dicono che sono venuti a proteggerci? La Comunità ebraica non ha bisogno della loro protezione». Dov Bleich ha sottolineato quindi che la questione «non è cosa farà l’Ucraina, ma cosa farà Mosca».
In un appello al presidente Vladimir Putin, nel quale gli si chiede di non intervenire in Ucraina, la Comunità ebraica di Kiev si era chiaramente schierata dalla parte di piazza Maidan e contro Yanukovytch, negando qualsiasi coinvolgimento degli attivisti “rivoltosi” negli attacchi antisemiti. Al contrario, invece, proprio i media russi filo-Cremlino insistono nel definire i manifestanti dei “fascisti” o dei “nazisti”. «Maidan è uno spazio di dignità e di libertà. Erano gli attivisti stessi a presidiare le sinagoghe per evitare attacchi», racconta Leonid Finberg, presidente del Centro giudaico presso l’Accademia Mohila. Sua moglie Elena, un medico, anche’essa ebrea, ha fatto la volontaria nell’ospedale improvvisato per curare gli attivisti feriti.

Nuove ingiurie
Un altro volto di “piazza Maidan” lo racconta Stanislav Kraslavski, imprenditore ebreo, originario di Dnepropetrovsk nell’Ucraina orientale ma che vive in Italia. Un suo caro amico ebreo si è offerto di fare il volontario nella cucina sociale improvvisata in piazza per dare aiuto ai manifestanti. «Quando si è presentato, gli hanno chiesto se era ebreo e quando ha detto di sì, gli hanno risposto che quella non era una rivoluzione per gli zhijd», spiega Kraslavski. Teme, però, che gli ebrei possano subire delle persecuzioni soprattutto nell’Ucraina Orientale, «per mano dei banderovtsy”. Quest’ultimo è il termine usato dai filorussi per definire tutti i nazionalisti ucraini. Nasce dal nome dei seguaci di Stepan Bandera, il padre fondatore del nazionalismo ucraino e dell’Esercito insurrezionale che collaborò con i nazisti nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Durante la rivolta di Kiev è stata coniata, ancora, un’altra parola rimbalzata sui social network, zhidobanderovtsy. Come dire il non plus ultra dell’ingiuria. Unisce un riferimento offensivo per gli ebrei a quello verso i nazionalisti ucraini. La usano i filorussi per indicare i “responsabili” della rivolta, ma anche, parlando di sé ironicamente, gli stessi ebrei che hanno partecipato alle proteste di piazza.
Inutile dire che il mondo ebraico riflette, anche in questo caso, le contraddizioni delle posizioni presenti nel Paese. Un Paese, quello ucraino, spaccato tra voglia di Europa e vecchio attaccamento russo con, a dominare su tutto, un fitto intreccio di potenti interessi economico-militari.

In piazza, insieme agli altri
Ma torniamo alla cronaca. Va detto ancora che, forse casualmente, tra le persone che sono morte nel corso degli scontri del 19 e 20 febbraio 2014, colpite dai cecchini, c’erano anche tre ebrei. Tra di loro, Aleksandr Shcherbanjuk, 46 anni, che apparteneva alla comunità giudaico-messianica di Cernovtsy, nell’Ucraina occidentale. La segretaria della Comunità Beit Simcha, Aljona, che conosceva Aleksandr, racconta che era partito per Kiev ai primi di gennaio per sostenere i manifestanti contro Yanukovytch. Ci andò insieme a un suo amico, prete ortodosso, per pregare e portare i testi sacri a chi si trovava in piazza. È stato colpito al cuore da un cecchino e sepolto con la kippah in testa e con l’elmetto di protezione che indossava sopra la papalina, insieme alla maschera antigas, il tutto riposto compostamente nella bara. Ha lasciato un figlio che frequenta la scuola ebraica della città, mentre sua figlia ha già preso la maturità. «A Cernovtsy, come altrove, gli antisemiti ci sono sempre stati, non è che sia cambiato qualcosa con la vittoria della rivolta», commenta Aljona della Comunità Beit Simcha.
Tra i manifestanti c’era anche un’ex ufficiale di Tsahal, un ebreo ortodosso, che guidava un gruppo di 30 persone. Lo sostiene Josif Zisels, presidente del Vaad dell’Ucraina, che dice di conoscerlo personalmente, anche se non può svelare il suo nome.
Ai tempi dell’Unione Sovietica, Zisels era uno dei leader ucraini del Movimento ebraico ma anche del Movimento dissidente: oggi è convinto che «le aggressioni antisemite a Kiev sono delle provocazioni organizzate dai servizi russi e dal presidente destituito dell’Ucraina, Viktor Yanukovytch, per destabilizzare la situazione e screditare prima l’opposizione e ora il nuovo governo di Kiev». Lo stesso Zisels cerca di sfatare lo stereotipo secondo il quale i nazionalisti ucraini sono atavicamente e storicamente nemici degli ebrei. Ricorda l’aiuto reciproco che si sviluppava tra i prigionieri politici ucraini e gli ebrei, tra i quali c’era anche lui, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, durante la stagnazione sovietica di Breznev e Andropov. La lotta contro il governo sovietico, che reprimeva qualsiasi forma di nazionalismo, aveva avvicinato gli attivisti ebrei alla popolazione ucraina. Tanto che, alla prima grande manifestazione nella cava di Babij Jar, nei pressi di Kiev (qui durante l’occupazione tedesca furono uccisi e ammassati più di 100 mila ebrei), a pronunciare il discorso più significativo è stato proprio un critico letterario e dissidente ucraino, Ivan Dzjuba. Nel 1966, nella ricorrenza dei 25 anni dell’eccidio, circa 2 mila persone si sono radunate, senza autorizzazione, nella cava ancora piena di ossa mescolate con il fango del cantiere spuntato lì per cancellare la memoria della tragedia. Rivolgendosi alla folla, Dzjuba disse: «Babij Jar è una tragedia di tutta l’umanità, ma è accaduta sulla terra ucraina.
Per questo motivo, un ucraino non ha il diritto di dimenticarla, così come non ne ha un ebreo.
Babij Jar è una nostra comune tragedia, fa parte della memoria del popolo ebraico e di quello ucraino, insieme, uniti».

L'orgoglio ritrovato degli ebrei di Mosca
   

                                                        La Sinagoga Corale di Mosca

“Gli ebrei del silenzio”: così lo scrittore e premio Nobel per la Pace, Elie Wiesel, di ritorno da un viaggio nell’Unione Sovietica nel 1965, aveva definito la popolazione ebraica dei Soviet. Bisognava aspettare gli anni Ottanta e la Perestrojka perché le porte, rimaste chiuse per lunghi anni agli ebrei sovietici, si aprissero. In tanti hanno fatto l’aliyà, ma oltre ogni previsione, in molti sono rimasti nella nuova Russia. Nella sola città di Mosca, secondo l’ultimo censimento del 2010, risiedevano 53145 ebrei, ma il dato reale potrebbe superare di gran lunga le statistiche ufficiali. La comunità ebraica della capitale russa non può certo più definirsi silenziosa, ha un ruolo importante nella vita politica e gode di un vivace rinascimento religioso. «Noi siamo i ba’al teshuvah, ossia coloro che hanno fatto ritorno alla loro fede ebraica», racconta Aleksandr Bukhman, cineasta, che frequenta il Centro ebraico comunitario di Mosca (Meots) nella zona di Marjina Roshcha. L’edifico moderno di sette piani, con all’interno la sinagoga Beis-Menahem, è il fulcro del movimento Chabad-Lubavitch, il più diffuso a Mosca, tra le altre varianti del giudaismo chassidico. La corrente mistica, nata nel Settecento e fiorita negli shtetl, è tutt’ora fortissima sul territorio dell’Europa Orientale. «Sono ritornato alle mie radici ebraiche e al giudaismo grazie ai tedeschi», racconta Bukhman, che durante i Soviet era emigrato con la famiglia in Germania, per poi ritornare otto anni fa in Russia, dove si è sposato con una ragazza ebrea. «I miei compagni di scuola tedeschi sapevano che ero un ebreo e mi facevano tante domande a cui non sapevo rispondere. Come diceva il Rebbe (Menachem Mendel Schneerson, ndr) gli ebrei cresciuti nel socialismo sono una generazione perduta, perché hanno smarrito la loro identità».



Riccardo Calimani " Passione e Tragedia", storia degli ebrei russi
Dopo il socialismo è arrivato il caos economico degli anni Novanta, che lasciava poco spazio alla riflessione a chi cercava di sopravvivere. Solo con la stabilità degli anni Duemila, le persone hanno iniziato a sentire che dentro di loro mancava qualche tassello, che al posto dei valori profondi c’era un vuoto. In quegli anni, tanti ebrei di Mosca hanno cercato la loro identità nella religione e nelle loro origini. Il processo coinvolse persino gli oligarchi, che hanno consolidato enormi ricchezze quando il capitalismo selvaggio subentrò alla consueta pianificazione dall’alto dell’economia sovietica. Storicamente privi della possibilità di entrare a far parte della nomenklatura del Pcus a causa della loro “nazionalità”, gli ebrei hanno avuto modo, nei decenni del Novecento, di allenare il loro spirito imprenditoriale lanciandosi nelle prime attività commerciali. «Tante persone ricche che incontravo avevano un serio problema di valori positivi e di auto-identificazione. All’improvviso hanno capito che tutto quello che c’era di buono nella loro vita era legato alla loro origine ebraica, alle tradizioni, alle feste. Ma solo nella comunità hanno percepito i veri valori collettivi e sentito uno spirito di condivisione», racconta Motya Chlenov, vicedirettore esecutivo del Congresso ebraico russo (Rek) e figlio di Mikhail Chlenov, uno dei padri fondatori del movimento ebraico post-sovietico.
Non stupisce quindi che lo Shabbat al Centro Chabad-Lubavitch di Mosca raccolga fino a 700 persone ogni venerdì sera. Nelle varie sale si formano tanti gruppetti: i giovani, gli israeliani, gli americani. Il cholent e il cibo della tradizione ashkenazita è generoso, si balla e si canta in ebraico e in russo. Nathan Gorelik, amico di Bukhman, pronuncia con attenzione la preghiera in ebraico prima di iniziare il pasto. È sbarcato in sinagoga per la prima volta nel 2007, per poi diventare un fervente neofita. Al centro Chabad l’aveva portato un curioso destino: è che scopre che suo nonno paterno era uno dei fedelissimi del Rebbe di Lubavitch. Nathan, infatti, è cresciuto in Uzbekistan, Paese che durante la Seconda Guerra Mondiale aveva accolto molti chassidim in fuga dall’avanzata dei tedeschi. Tra di loro c’era anche Nanson, il nonno di Nathan, che poi ha lasciato l’Asia Centrale raggiungendo il Rebbe in America, il settimo e ultimo Rebbe di Lubavitch.
Nell’Urss il movimento chassidico era stato messo all’indice, l’unica a rimanere aperta a Mosca durante il periodo sovietico era la più antica Sinagoga Corale di Mosca, situata in Bolshoj Spasoglinishchevskij pereulok (all’epoca, ulitsa Arkhipova), nella zona centrale della città, a Kitaj Gorod. La Sinagoga Corale, come accade tuttora, era il punto di riferimento per gli ebrei lituani, noti come litvak, una corrente ortodossa, che risale alla tradizione di Vilnius – avversa ai chassidim -. Proprio davanti alla sinagoga, eretta su una piccola sommità (gorka, in russo), si davano appuntamento gli ebrei moscoviti nel secondo dopoguerra. Proprio sul Gorka, durante gli anni delle repressioni antisemite del Pcus alternate da pochi barlumi di speranza, è nato e si è formato il Movimento ebraico.

Tutti rivoluzionari

Ma facciamo – a larghi cenni – un po’ di Storia. Protagonisti in prima linea durante la Rivoluzione russa bolscevica del 1917 (l’appoggio ebraico fu capillare e molti leader erano ebrei), la situazione tuttavia non migliorò sostanzialmente rispetto alla loro vita nella Russia zarista. Ottennero appena di potersi spostare al di fuori dei confini occidentali dell’Impero russo, andando oltre la cosiddetta Zona di residenza, dov’erano stati segregati. Ma, com’è noto, l’antisemitismo non cessò, anzi. In una prima fase, il nuovo potere vietò l’uso della lingua ebraica promuovendo lo yiddish, considerato l’idioma del proletariato finché, negli anni Trenta, le scuole ebraiche non chiusero i battenti anche a Mosca, come già era accaduto nel resto del Paese. Era stata invece creata un’alternativa sovietica al nascente progetto di uno Stato ebraico in Eretz Israel. Si trattava della celebre Regione autonoma ebraica del Birobidjan, territorio nell’Estremo Oriente russo, fondata per raccogliere la popolazione ebraica dell’Urss. Mentre il vero sogno di un’autonomia ebraica, da fondare in Crimea, promossa dal direttore del Teatro Nazionale ebraico e attore Solomon Mikhoels, non si realizzò mai. Mikhoels fu un personaggio mitico, amatissimo, carismatico: fu ucciso dai servizi nel 1948, e dopo il suo assassinio venne sciolto anche il Comitato antifascista ebraico che egli stesso presiedeva, creato dal Pcus durante la Guerra a puro scopo ingannevole e di propaganda.

Il 1949 è stato l’annus horribilis per gli ebrei sovietici. Dopo la fondazione dello Stato di Israele, Stalin comprese ben presto che la neonata nazione non sarebbe diventata una carta da giocare nello scacchiere del Medio Oriente. Ed è stato allora che la scure dell’antisemitismo si abbattè in maniera radicale sulla popolazione ebraica dell’Urss. Nel 1949 fu avviata la cosiddetta “campagna per la lotta al cosmopolitismo”. Prendeva di mira l’intelligentzia ebraica, soprattutto nelle grandi città come Mosca. L’accusa era quella di compiacenza verso l’Occidente ed era sufficiente per far perdere il posto di lavoro, specie ad attori, scrittori, registi, artisti, intellettuali, professori, accademici di origine ebraica, per poi mandarli al gulag. Del 1950 è un’altra pagina nera: fu avviato un altro clamoroso processo, tristemente noto come “il complotto dei medici”. Si basava sulla teoria di un’intesa tra i medici ebrei di Usa e Inghilterra per far fuori i gerarchi del Partito e addirittura Stalin stesso. In tutto, nell’ambito dell’inchiesta, erano stati arrestati 37 medici, tra cui 28 ebrei. Solo con la morte di Stalin nel 1953 si fermò la macchina repressiva contro gli ebrei e i medici arrestati furono rilasciati.
Ma è col disgelo che nascono i primi circoli clandestini sionisti: tuttavia, il potere resta vigile e reagisce duramente. Nel 1963 viene vietata la preparazione della matzà di Pesach nei forni della Sinagoga di Mosca. Ma il sentimento nazionale e la voglia di raggiungere Israele cresce esponenzialmente tra gli ebrei sovietici, specie  prima nella Crisi di Suez del 1956-57 e poi dopo la Guerra dei Sei giorni del 1967. È un boom di richieste di visti per l’espatrio dall’Unione Sovietica. Ma la maggior parte viene respinta. È qui e ora che nasce e si costruisce quella che diventerà l’anima del movimento ebraico sovietico, quella dei refusnik (otkaznik, in russo), ossia coloro ai quali è stato negato il visto per poter emigrare in Israele.
Tutti costoro pagarono un prezzo, soffrendo da subito una forte emarginazione sociale, perdendo il lavoro e rischiando di essere arrestate in ogni momento.

L’avventura dei refusniks



L'esodo dei Refuseniks

Nel 1970 ad attirare l’attenzione di tutto il mondo verso la situazione deirefusnik è stato il tentativo di un gruppo di ebrei di dirottare un aereo per emigrare dall’Urss. Gli ideatori, il pilota Mark Dymshits e l’attivista Eduard Kuznetsov, furono arrestati insieme ad altri e condannati a morte. La pena capitale è stata poi sostituita con 15 anni di gulag grazie all’attenzione mediatica che il caso aveva suscitato.
Nonostante le repressioni, a Mosca negli anni 1969-70 si organizzavano i primi ulpan clandestini, i corsi di ebraico in vista dell’aliyà. «In pochi però conoscevano i testi religiosi ebraici», racconta la giornalista Yevgenia Albats, che nel 1972, quando aveva 14 anni, ha iniziato a frequentare una yeshivah clandestina. L’auto-coscienza dell’ebreo sovietico si formava così intorno al concetto di nazionalità e non con un ritorno alla religione. Anche perché una voce esplicita del passaporto sovietico doveva indicare obbligatoriamente lanazionalità del titolare (laddove per nazionalità si intende religione), e per gli ebrei questo avrebbe pregiudicato l’apertura di molte porte. La stessa Yevgenia Albats si ricorda di essere stata aggredita da piccola, insieme alla sorella, proprio dalle ragazzine con cui giocava: gli avevano strappato le cravatte dei pionieri, urlando loro che avevano “delle facce da zjhid” e che quindi non erano degne di portarle.
La parola zjhid è tuttora considerata un insulto, e nella lingua russa la si usa per gli ebrei, in senso dispregiativo. Ma le ingiurie non erano il peggio: agli ebrei era precluso anche l’accesso all’Università, tranne che per una piccola quota del 3 per cento. «A Mosca, c’erano degli insegnanti che preparavano gli alunni delle famiglie ebraiche agli esami di ammissione senza chiedere neanche un soldo. Gli ebrei dovevano essere molto più preparati rispetto agli altri, se volevano passare», racconta Albats che nel 1975 è riuscita ad entrare alla facoltà di Giornalismo dell’Università Statale di Mosca grazie a questo tipo di preparazione.
Il movimento ebraico però continuava a rafforzarsi e a coinvolgere giovani attivisti. Grande successo ha avuto il Festival della Canzone Ebraica che si organizzava per qualche anno in mezzo al bosco, vicino al paesino Ovrazhki, nei dintorni di Mosca. Quella del 1980 fu l’ultima edizione del Festival, prima dello sgombero definitivo da parte di polizia e autorità: alla Woodstock ebraico-sovietica parteciparono più di 1200 persone.

Perestrojka: si cambia!
La svolta tuttavia avvenne nel 1986-87, con la Perestrojka. In quel periodo vengono scarcerati i cosiddetti prigionieri di Sion, gli attivisti rinchiusi nei gulag, mentre nel 1988 partono per Israele gli ultimi refusnik: sono in 19.251.
A fare da ponte tra gli ambienti dei refusnik e le nuove realtà ebraiche che stanno nascendo a Mosca e altrove, parallelamente alla trasformazione della Russia, c’è Mikhail Chlenov. Etnografo, poliglotta, insegnante clandestino di ebraico, Chlenov ha teorizzato il concetto della Comunità da costruire all’interno della diaspora russa. Pur sostenendo le idee sioniste, era convinto che la vita ebraica nell’Urss non dovesse finire con l’aliyà. Così, mentre continuava l’esodo di massa degli ebrei sovietici in Israele, a dicembre del 1989, Chlenov organizza e convoca, a Mosca, il Vaad dell’Urss, di fatto la prima Convention dei rappresentanti delle organizzazioni ebraiche sul territorio sovietico.

La palla agli oligarchi
Negli anni Novanta la palla è passata agli oligarchi che si sono impegnati nella ricostruzione della vita ebraica a Mosca. Il magnate mediatico Vasilij Gusinskij, in fuga all’estero dal 2000, ha fondato nel 1996 il Congresso ebraico russo (Rek). Nella presidenza del Rek sono entrati sia Mikhail Chlenov, sia Yevgenia Albast, l’unica donna. «Il Rek ha affrancato gli ebrei russi da quell’inferiorità interiorizzata che si era calcificata nei decenni dentro la loro anima; e ha permesso loro di smettere di guardare i propri compatrioti tenendo gli occhi bassi», racconta Albats che seguiva, per il Congresso, la Commissione che lavorava alla traduzione dei testi religiosi e alla ricerca dei vecchi Sefarim spariti dalle sinagoghe dopo la Rivoluzione bolscevica. Il Rek ha anche fatto costruire la Sinagoga a Poklonnaja Gora (una collina a Mosca), dedicata alla memoria della Shoah e ora gestita da una comunità riformata. Sul piano religioso, il Rek è vicino al Congresso delle organizzazioni e delle comunità ebraiche della Russia (Keroor), che nel 1993 ha eletto come Rabbino Capo della Russia Adolf Shaevich, sostenitore della tradizione lituana del giudaismo ortodosso. Alla stessa corrente appartiene anche l’attuale rabbino capo di Mosca, Pinchas Goldschmidt, proveniente dalla Svizzera.

Ci sono anche i sefarditi
Parallelamente a questo polo, se n’è creato un altro con la fondazione della Federazione delle Comunità ebraiche della Russia (Feor), nel 1999 ad opera dei Chabad-Lubavich. Nel 2000, la Feor ha eletto, come Rabbino capo, Rav Berel Lazar originario di Milano, e figlio del nostro Rav Moshe Lazar. La Feor gode del sostegno dell’amministrazione del presidente russo Vladimir Putin ed è sponsorizzato dagli oligarchi vicini al Cremlino, come Roman Abramovich e Levi Levaev, ebreo di Bukhara, una comunità dell’Asia Centrale. Quest’ultima, insieme a quella degli ebrei georgiani e a quelli della montagna, sono le uniche tre comunità presenti a Mosca che non si considerano ashkenazite. Gli ebrei della montagna (Gorskije Yevrei , in russo), sono originari dell’Azerbaidjan, del Daghestan e delle altre regioni del Caucaso del Nord, e nella capitale russa si dedicano principalmente al settore immobiliare investendo in grandi centri commerciali. Uno dei più grandi Shopping-mall di Mosca, Evropejskij, è di proprietà di due ebrei della montagna, Zarakh Iliev e God Nisanov.
«Le grandi strutture influiscono sempre meno sulla vita della Comunità ebraica di Mosca», afferma convinto Motya Chlenov del Rek, che vede il futuro ebraico in quei progetti autonomi capaci di proporre soluzioni interessanti alle nuove generazioni. Per esempio il Limmud, iniziativa di studio della cultura ebraica nata in Gran Bretagna e che a Mosca raccoglie ogni anno mille persone. Alla fine, hanno avuto torto coloro che durante la Grande Aliyà degli anni Novanta, quella post-Perestrojka, propugnavano la scomparsa della Comunità ebraica russa e moscovita. Vitale, composita, ricca, attraversata da molte anime diverse, la Comunità esiste eccome ed è in continua evoluzione.

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