Le donne cambiano la storia, cambiamo i libri di storia

6 maggio 2013

L'emiro del Qatar compra, pezzo dopo pezzo, l'economia occidentale

da REPUBBLICA di 30/04/2013,
a pag. 44, l'articolo di Alberto Stabile dal titolo " Viaggio in Qatar tra gli emiri padroni del mondo - L'emiro che compra il mondo, Qatar, L'Eldorado nel deserto ",
a pag. 45, l'articolo di Anais Ginori dal titolo " Moschee, lusso e Ibra, l'Opa dell' emiro su Parigi ".





Emiro del Qatar
Hamad Bin Khalifa Al Thani,



" Viaggio in Qatar tra gli emiri padroni del mondo - L'emiro che compra il mondo, Qatar, L'Eldorado nel deserto "

Alberto Stabile

La gondola scivola silenziosa sul canale scavato nel pavimento del grande centro commerciale. Donne in nero dalla testa ai piedi affollano le banchine su cui si affacciano le vetrine incastrate tra i palazzi, i ponti e i campielli di una finta Venezia sovrastata da un finto cielo primaverile. Il gondoliere filippino armeggia con il remo senza tradire fatica. In realtà a muovere l'imbarcazione sulle acque verdine da cui si sprigiona una confortevole frescura è un motorino elettrico, naturalmente "ad emissioni zero". Benvenuti in Qatar, la fabbrica dell'impossibile reso fattibile dal denaro, la caverna del tesoro nascosta in un deserto ferocemente ostile, ma inaspettatamente generoso, perché adagiato sul terzo più grande giacimento petrolifero del mondo. Trent'anni fa il Qatar era una terra desolata, abitata da poveri pescatori di perle e contadini disperati ma orgogliosi, combattivi, perennemente in lotta coni loro vicini, domati dagli eserciti d'imperi lontani. Oggi, il piccolo emirato (meno di due milioni di abitanti, il 20 per cento nativi, il resto immigrati) è un "new comer", un nuovo arrivato.

Soldi per fare shopping.

In Italia hanno già acquisito Valentino e la Costa Smeralda nel salotto mondiale della ricchezza, che non fa nulla per nascondere la potenza economica acquisita grazie ai doni del sottosuolo. Anzi, proprio mentre il vecchio, impoverito Occidente si dibatte tra lacrime e sangue, le scorrerie del Qatar sui mercati, I'incessante e vorticoso shopping di aziende, immobili, società, pacchetti azionari, che furono a lungo custoditi come intoccabili gioielli di famiglia, non vengono soltanto salutati con invidia verso chi non sembra risentire della crisi devastante, ma sono spesso invocati come generosi interventi di "soccorso" delle disastrate economie europee. 

»Vede - mi dice Arthur Ulkenberg un economista che collabora con la Qatari Foundation, l'istituzione della corona che si occupa della Cultura e dell'Educazione dei giovani qatarini dall'asilo all'università, spesso in concerto con i migliori college americani - quasi tutti i paesi del Golfo hanno conosciuto un boom economico seguito ad una fase di stasi improvvisa se non di recessione. Dubai ha vissuto un decennio di follie confidando troppo sulla bolla edilizia che, infatti, è immancabilmente esplosa. Il Bahrein ha creduto di poter affidare il suo futuro ai servizi finanziari, senza un vero retroterra di risorse. L'Ornati ha faticato molto prima di capire che il turismo era la sua vera ricchezza. Il Qatar non ha avuto questi alti e bassi perché la sua è stata ed è un'esplosione controllata».

I dati di questa crescita incessante si possono riassumere in poche cifre. Se nel 1995 il prodotto interno lordo era di 8 miliardi di dollari, nel 2012 ha raggiunto 73 miliardi di dollari. E se i profitti (qui si preferisce parlare di sur *** plus) generati dagli idrocarburi erano, nel 2011, pari a 60 miliardi di dollari, nel 2012 hanno superato 100 miliardi di dollari. Danaro, danaro, danaro a non finire. I segni di questa vera e propria corsa all'oro sono ampiamente visibili. Doha è tutta un cantiere.

L'espansione urbana scavalca i lmiti della natura.

Un'isola artifidale di 400 ettari battezzata, ovviamente, "la Perla", con le sue migliaia di appartamenti, di ville, d'imbarcazioni allineate nel porto turistico, è diventata la meta residenziale preferita peri manager, i tecnici e gli operatori economici stranieri accorsi o in procinto di accorrere in questo nuovo Eldorado arabo. Un lungo mare di molti chilometri è stato disegnato e strappato alle acque. Anche l'elegante Museo di arte islamica, realizzato da I. M. Pei, l'architetto di origine cinese che ha firmato la piramide (e l'intera ristrutturazione) del Louvre, sorge in una sorta di splendida, ispirata solitudine su un isolotto artificiale collegato da un ponte alla terra ferma, per evitare che le sue linee geometriche essenziali venissero alterate dalla prossimità con altri edifici. Ma il vero monumento al potere effettivo e immutabile del danaro è la city che sorge in una laguna chiamata "West Bay". La scenografia, visibile da ogni angolo della Cornice, offerta da torri e grattacieli di ogni foggia e stile (sono adesso una cinquantina, ma arriveranno a 200) che di giorno si specchiano sul mare come una selva oscura e, di notte, risplendono di luci colorate, richiama la celebre immagine di Manhattan vista da lontano, seppure con quel tanto di forzato, di scontato e di provinciale che hanno le repliche studiate a tavolino. Ricchezza vuol dire, ovviamente, consumi esasperati elevati allo status di simboli. Le Rolls Royce personalizzate, dai colori improbabili, nuova passione dell'alta borghesia sfilano sui viali del diplomatic district. La flotta da diporto che solca le acque del Golfo è capitanata dallo yatch lungo 135 metri del primo ministro e secondo cugino dell'emiro, Sheik Hamad Bin assim Bin labr Al Thani. Si tratta, dicono i conoscitori, della quinta imbarcazione privata del mondo, per dimensioni. Sui cieli del pianeta sfrecciano gli aerei della famiglia reale, 15 grandi velivoli muniti di ogni comfort, pilotati da un "corpo" di cinquanta comandanti. E pare che per ogni nuovo aereo si impieghi più tempo a elaborarne gli interni, secondo le richieste di principi e principesse, di quanto ne occorra alla casa produttrice per costruire e consegnare l'aeroplano. Eppure, non si può dire che tutto questo sia al servizio di una dittatura personale. Il Qatar è una monarchia assoluta, ma la filosofia adottata dall'emiro, Hamad Bin Khalifa Al Thani, si basa sulla capacità di convincere (soft power) ostentando un sorriso accattivante sotto i baffi a manubrio, che il potere e il danaro non necessariamente debbano essere al servizio di cause sbagliate. Da qui la sua convinta adesione alle cause della Primavera araba, in Libia e in Siria, contro i regimi del passato. Dicevamo delle "emissioni zero" imposte alle gondole che navigano nel mall. Questa è una delle cose di cui si parla di più. Anche i 12 stadi che dovranno essere allestiti (nove da costruire di sana piana, tre da ristrutturare) per i mondiali del 2022 dovranno essere ad "emissioni zero", come la metropolitana leggera che servirà a collegare gli impianti e che da sola costerà 25 miliardi di dollari. Perché è vero che il Qatar è uno dei più grandi produttori di petrolio e di gas al mondo, ma si da merito di essere all'avanguardia nello studio delle energie alternative. Almeno in teoria, tutto qui deve essere "ecologico", "compatibile", "a misura d'uomo". Cosl come lo sviluppo deve essere orientato dalla "knowledge economy", l'economia della conoscenza, altra invenzione americana, basata sulla comunicazione delle esperienze, del know how, piuttosto che su aridi schemi. C'è tuttavia un limite nella vorticosa ascesa del Qatar, un limite rappresentato dalle sue dimensioni specie se confrontate con le sue grandi ambizioni. Una popolazione autoctona di 300 mila abitanti o giù di Ii rende l'emirato dipendente dalla forza lavoro rappresentata, a tutti i livelli - dai dirigenti d'azienda, ai tecnici specializzati, agli operai - dagli stranieri. Si prende ad esempio l'avventura dei mondiali, inseriti in un progetto di crescita e di trasformazione delle infrastrutture che porterà il Qatar ad investire 150 miliardi di dollari (incluso il settore energetico) nei prossimi sei anni. Opportunità per tutti, è vero, anche per le aziende italiane (attualmente una trentina impegnate nel paese, domani forse di più) per aprire la strada alle quali, Palma Libotte una giovane ex imprenditrice, ha creato l'Italian business council, un'azienda di servizi che, in collaborazione con l'ambasciata, si ripromette di connettere i titolari qatarini di licenze ed appalti (per legge il 51 percento di ogni joint venture deve essere in mano ai locali) con i futuri soci italiani, o stranieri. Da sole, infatti, le imprese made in Qatar non ce la faranno mai. Anche se hanno un buon intuito per gli affari, i dirigenti non hanno esperienza e non amano mettersi alla prova. Prendiamo ad esempio il progetto "The heart of Doha", il cuore di Doha, lanciato dalla sceicca Mozah Bint Nasser Al Missned, seconda moglie e favorita dell'emiro, considerata il terzo apice della triade del potere supremo, assieme al marito e al primo ministro. Il progetto, che punta a ricostruire e riqualificare il vecchio suq per la modica spesa di 5 miliardi e mezzo di dollari, è già in una fase molto avanzata. Fra l'altro "il cuore di Doha" ha già visto la nascita di sei boutique hotel (saranno alla fine 8 o 9) veri gioielli del buon gusto e dell'accoglienza. Personale tutto straniero. Ed è Michele Mingozzi, uno chef italiano che ha lavorato anche con Ileinz Beck a organizzare e dirigere tutta la catena della ristorazione. Dal pane al dolce, tutto fatto in casa, per la gioia di signore velate con il tacco 12 e gentiluomini in kefiah bianca e orologio full gold al polso che la sera affollano i tavoli. Ma questo è turismo d'élite. Figuriamoci cosa succederà per i mondiali quando dovranno spuntare dal nulla 40 mila nuovi posti letto (20 mila ne esistono già) per raggiungere i i 60 mila richiesti dalla Fifa.



" Moschee, lusso e Ibra, l'Opa dell' emiro su Parigi "

Anais Ginori -

Tra la chioma platinata di David Beckham, le suite del Royal Monceau, i biscotti macarons Ladurée o i grandi magazzini Printemps, ultimo acquisto, è difficile trovare un filo conduttore. L'unica bussola sono i soldi. Tanti soldi. II Qatar si sta comprando Parigi, o comunque alcuni dei simboli della capitale. La valanga di petrodollari che da Doha sono stati stanziati per rilanciare il Paris Saint-Germain rappresenta solo un piccolo, anche se spettacolare, esempio della relazione molto speciale che c'è tra la Francia e il piccolo emirato del Golfo. Con qualche preoccupazione. Il Qatar è ormai uno dei primi finanziatori delle moschee del paese, tiene una posizione ambigua sull'estremismo islamico. Ufficialmente finanzia associazioni che dovrebbero favorire il dialogo religioso, ma poi sottobanco — ha rivelato un'inchiesta di Libération qualche giorno fa — si adopera per proteggere e far venire i predicatori più integralisti. Sulla direttrice Doha-Parigi viaggiano insomma affari politici ed economici. Dopo la fine della dominazione britannica, nel 1971, l'emirato stretto tra Iran e Arabia Saudita ha guardato verso Parigi per costruire nuove relazioni diplomatiche. Negli ultimi tempi, però, c'è stato un cambio di passo. Il Qatar ha applicato la lezione del "soft power" in modo radicale: la geopolitica si fa soprattutto con il denaro. E così è presente in molti dei grandi gruppi francesi, da Lagardère a Eads, da Total a Veolia Environnement. Impossibile quantificare gli investimenti qatarini nell'economia nazionale: spesso transitano per società e fondi stranieri, si nascondono anche in partecipazioni immobiliari. L'emirato ha da poco annunciato altri 10 miliardi di euro da investire. L'Opa sul lusso francese è già a buon punto. Dopo l'hotel Royal Monceau, il Martinez, ora il Qatar comprerà probabilmente anche il mitico Crillon di place Vendome. Lo sport è stato il volano più efficace per conquistare, oltre che i portafogli, anche i cuori. Nonostante l'atavico sciovinismo, molti parigini sono costretti a gioire per le vittorie del nuovo Psg di Leonardo e Ibrahimovic, indossando al Parc des Princes le maglie con la compagnia di bandiera dell'emirato come sponsor. Il Qatar si è comprato gran parte dei diritti televisivi della Ligue 1, lanciando Al Jazeera Sport France. Merito anche di Nicolas Sarkozy che. quando era all'Eliseo, ha pilotato il salvataggio del club capitolino, del quale è tifoso. In cambio, l'ex presidente ha appoggiato la candidatura del Qatar per i Mondiali del 2022. Gli stretti rapporti durante la scorsa presidenza avevano alimentato anche pettegolezzi. Si è detto che Ali Ben Fetais Al Marri, tra gli uomini più potenti dell'emirato, fosse il padre della figlia dell'allora ministro Rachida Dati. Voci smentite, ma il patto di ferro con Sarkozy è rimasto. All'ex presidente è stato proposto di guidare un ricco fondo di investimento dell'emirato.( rapporti con il nuovo governo socialista sono più tiepidi, non freddi. L'emirato ha offerto a Ségolène Royal di presiedere una sorta di nuovo centro culturale, mentre altri esponenti della gauche sono stati invitati privatamente in Qatar. L'emirato si muove anche nel mondo della cultura, finanziando lauti premi per gli intellettuali. Uno dei pochi a rifiutare è stato Stéphane Hessel, l'autore di "Indignatevi!". Ma sembra difficile resistere. II "soft power" del Qatar ha solidi argomenti.



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