Le donne cambiano la storia, cambiamo i libri di storia

4 settembre 2012

Trent’anni fa il delitto Dalla Chiesa. Le più che mai attualissime riflessioni di Leonardo Sciascia

L'editoriale di Valter Vecellio  su Notizie Radicali, con tre articoli di Leonardo Sciascia.


04-09-2012

È a bordo di una A112 bianca guidata dalla moglie Emanuela Setti Carraro, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il 3 settembre di trent'anni fa. Sono le 21.15. La coppia è a via Isidoro Carini. Una motocicletta con a bordo due killer, uno è Pino Greco, affianca l'Alfetta guidata da un agente di scorta, Domenico Russo, che segue l'A112; Russo viene ucciso. Poi tocca al generale. Una BMW 518, guidata da Antonino Madonia e Calogero Ganci, raggiunge la A112, per Dalla Chiesa e la moglie non c'è scampo.
Dalla Chiesa era stato mandato a Palermo dopo l'impressionante catena di delitti eccellenti: dal segretario provinciale della DC Michele Reina al vice-questore Boris Giuliano; dal giudice Cesare Terranova, al presidente della regione Piersanti Mattarella, dal capitano dei carabinieri Emanuele Basile, al procuratore di Palermo Gaetano Costa, e il segretario del PCI regionale Pio La Torre…

Cento giorni a Palermo. Cento giorni nel corso dei quali Dalla Chiesa invano invoca quei poteri che aveva chiesto al Governo, che gli erano stati promessi e che mai gli vennero dati. Solo. Una solitudine di cui mostra di essere ben consapevole, più volte denunciata. Per la strage di via Carini sono stati condannati i sicari e i boss mafiosi Totò Riina, Bernardo Provenzano e Pippo Calò. Ma gli interrogativi su quella strage sono ancora tanti, irrisolti.

C'è un libro, pubblicato nel 1989, che, nonostante il tempo trascorso, è ancora attualissimo e prezioso: "A futura memoria" di Leonardo Sciascia (Bompiani editore). È un libro che raccoglie, scrive Sciascia nella nota introduttiva, "quel che negli ultimi dieci anni io ho scritto su certi delitti, certa amministrazione della giustizia e sulla mafia. Spero venga letto con serenità"; si tratta di articoli apparsi dal 1979 al 1988 su «Il Globo», «l'Espresso», il «Corriere della Sera». Non a caso il libro si apre con un'epigrafe dell'amato Georges Bernanos: «Preferisco perdere dei lettori, piuttosto che ingannarli».

Sciascia è stato tra i primi a denunciare il fenomeno mafioso: non solo come fatto eversivo dell'ordine costituito, ma anche come sistema "parallelo" e simmetrico rispetto allo Stato. Un impegno civile che non gli ha impedito di condannare ogni forma di conformismo, come nella polemica sui «professionisti dell'Antimafia»; per un «certo uso della giustizia» che troppo spesso ha sostituito «al simbolo della bilancia quello delle manette».

Il giorno dopo il delitto Dalla Chiesa, Emma Bonino, allora presidente del Gruppo parlamentare radicale, chiede che il governo risponda «agli inquietanti interrogativi che le stesse interviste rese dal prefetto Dalla Chiesa propongono circa la mancata collaborazione di tutti gli organi dello Stato e la mancata predisposizione degli strumenti adeguati per la lotta alla mafia».

Allo stesso tempo, però, i radicali invitano a non mitizzare la figura del generale. Scrive Leonardo Sciascia, solo pochi giorni dopo: «Era un ufficiale dei carabinieri di vecchio stampo: onesto, leale, coraggioso. E intelligente. Ma aveva i suoi limiti e ha fatto i suoi errori». L'ultimo errore, fatale, «di non avere stabilito un sistema di vigilanza e protezione intorno alla sua persona… Dire che sarebbe stato inutile è tanto più insensato del dire che sarebbe sicuramente servito». Sciascia inoltre aggiunge che probabilmente il generale non ha preso «in sufficiente considerazione la qualità "eversiva" dei delitti di mafia avvenuti negli ultimi anni».
Scoppia una furibonda polemica. Il figlio del generale, Nando Dalla Chiesa, accusa Sciascia di voler «fare il gioco della mafia». «L'accusare e il drammatizzare sui poteri che in Sicilia non sono stati dati al generale Dalla Chiesa, - replica lo scrittore - il far credere che appena avuti certi poteri il generale avrebbe tirata fuori dalla manica una radicale panacea contro la mafia, è una mistificazione… Non si sa quali poteri uno stato democratico può dare a un prefetto, anche se investito di particolari funzioni, senza venir meno alla propria essenza. Già in Sicilia polizia e magistratura hanno poteri sufficientemente acostituzionali, se non anticostituzionali, come quello del ripristinato confino di polizia. Che cosa si vuole oltre: il coprifuoco, la deportazione in massa, la decimazione?»

Sciascia sostiene «che di poteri il generale Dalla Chiesa ne ebbe già troppi nella lotta contro il terrorismo: e ne è discesa quella legge sui pentiti che nessuno, spero, verrà a dirmi abbia a che fare con l'idea della giustizia e con lo spirito e la lettera della Costituzione». E per quanto riguarda la strage a via Carini, si dice convinto che sia in atto «uno sganciamento dei politici… di cui la mafia ha paura… Non solo il tessuto protettivo intorno le si dismaglia, ma si accorge che anche gli strumenti per combatterla vanno facendosi concreti e precisi. Il fatto che le istituzioni siano in disfacimento non basta alla sua sicurezza: ci sono degli uomini che possono farle funzionare e che non sono facilmente sostituibili».

Ecco perché la catena di omicidi da Giuliano a Dalla Chiesa; e quello a carattere ammonitorio di La Torre: ad ammonire il partito che nella lotta contro la mafia ha posizione di punta. All'indomani dell'omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, Sciascia scrive un lungo articolo sul "Corriere della Sera": "Mafia: così è (anche se non vi pare)"; articolo che contiene una risposta e un'interpretazione. La prima era rivolta a Giorgio Bocca: "Secondo lui (Bocca, ndr) io avrei della mafia un'immagine indefinibile, cangiante, misterica, raffinatissima. Troppi aggettivi: e soltanto uno – cangiante – potrebbe cautamente andare; ma a misura di un cangiamento oggettivo, non soggettivo… Se di questi cambiamenti (di Cosa Nostra, ndr) Bocca non si accorge, nonché dell'intuito di letterato, è sprovvisto dell'intuito di storico (qualche suo libro porta nel titolo la parola storia) e dell'intuito di giornalista. Che peraltro non occorrono, bastando il semplice buon senso…".

L'interpretazione era, come spesso accadeva, urticante: il generale Dalla Chiesa non si proteggeva sufficientemente e accortamente… andava per le strade di Palermo senza protezione e precauzione; ma pare che il dirlo venga considerato un'offesa alla memoria del generale e una remora alla lotta contro la mafia… Il fatto che Dalla Chiesa si fosse identificato nel capitano dei carabinieri del "Giorno della civetta" è dimostrazione, piccola quanto si vuole, di quel che pensava di sé e della mafia.

Qualche mese, e la polemica riesplode. Ad accendere le polveri, il figlio del generale Nando: in una lettera aperta rimprovera gli intellettuali di non impegnarsi a sufficienza contro la mafia. Poi, intervistato da "Panorama" polemizza direttamente con Sciascia. Chiamato direttamente in causa, Sciascia ha scritto un articolo di puntualizzazione sull'"Espresso": "Anche i generali sbagliano". E sempre dalle colonne dell'"Espresso" replica alle nuove accuse e critiche.

Argomenti che sono validi anche per l'oggi; e forse più di quanto lo siano stati "ieri"; analisi radicali, come si vedrà; e per questo è utile riproporli. Un prezioso contravveleno a quello che ci tocca vedere e patire.

Giornalista professionista, attualmente lavora in RAI. Dirige il giornale telematico «Notizie Radicali», è iscritto al Partito Radicale dal 1972, è stato componente del Comitato Nazionale, della Direzione, della Segreteria Nazionale.


Mafia: così è (anche se non vi pare)

di Leonardo Sciascia

Non c'è nulla che mi infastidisca quanto l'essere considerato un esperto di mafia o, come oggi si usa dire, un "mafiologo". Sono semplicemente uno che è nato, è vissuto e vive in un paese della Sicilia occidentale e ha sempre cercato di capire la realtà che lo circonda, gli avvenimenti, le persone. Sono un esperto di mafia così come lo sono in fatto di agricoltura, di emigrazione, di tradizioni popolari, di zolfara: a livello delle cose viste e sentite, delle cose vissute e in parte sofferte. E non amo le interviste ex abrupto: preferirei rispondere per iscritto ad ogni domanda, tranquillamente, ponderatamente.
Eppure ad ogni avvenimento di matrice mafiosa accondiscendo a tante interviste all'improvviso e improvvisate, sforzandomi, facendomi violenza. E per due ragioni: mi pare di venir meno a un dovere civico rifiutandomi di parlare; e mi pare di venir meno alla cortesia, e di non rispettare quello che è l'altrui lavoro, chiudendo la porta in faccia a una persona che ha fatto un centinaio di chilometri per venire a registrare la mia opinione. Cosi, a una diecina di giorni dall'assassinio del generale Dalla Chiesa, mi trovo ad aver fatto interviste a un grado di inflazione; né le ho tutte viste sui giornali in cui sono apparse. Non so dunque se qualcuna delle cose che ho detto è stata amplificata o ridotta o falsata: e perciò non riesco a rendermi conto se l'irritazione che Giorgio Bocca manifesta nei miei riguardi (la Repubblica del 10 settembre) ha fondamento su mie affermazioni imprecisamente riferite o se invece su cose che ho effettivamente detto e che sono state esattamente riportate. Ma può anche darsi si sia irritato per il gusto di irritarsi.

Qualche anno fa, in un suo libro sul terrorismo, Bocca ha riconosciuto che io sono stato il solo, al momento del sequestro Sossi, ad aver capito che il terrorismo rosso era propriamente rosso, e non nero camuffato da rosso come molti si baloccavano a credere; e lo riconosce aggiungendo che io a quella verità ero forse arrivato per intuizione di letterato. Ora io non so se i letterati hanno intuizioni specialissime. Io non credo di averne: e magari non sarò un letterato. Per me c'è chi capisce e chi non capisce, chi ha volontà di capire e chi di capire se ne infischia.
E il riconoscimento di Bocca, di essere stato il solo a capire, mi deprimerebbe invece di esaltarmi, se non sapessi che come me tanti allora avevano capito che non scrivono sui giornali e non fanno libri.
Comunque, oggi sembra proprio che sia il mio intuito letterario a irritare Bocca. Secondo lui, io avrei della mafia un'immagine indefinibile, cangiante, misterica, raffinatissima. Troppi aggettivi: e soltanto uno cangiante potrebbe cautamente andare; ma a misura di un cangiamento oggettivo, non soggettivo. Più di vent'anni fa, ho dato della mafia una definizione che credo resti di sintetica esattezza. "La mafia è un'associazione per delinquere, con fini di illecito arricchimento per i propri associati, che si pone come intermediazione parassitaria e imposta con mezzi di violenza, tra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e lo stato".

Dopo più di vent'anni, quel che vedo di cambiato è questo: che in fatto di droga la mafia non è più intermediaria, ma produttrice; e che nell'intermediazione tra il cittadino e lo Stato, e nel servirsi lei stessa dello Stato, nello stare dentro lo Stato, non gode della stessa sicurezza di cui godeva prima. Se di questi mutamenti e particolarmente del secondo Bocca non si accorge, nonché dell'intuito di letterato, è sprovvisto dell'intuito di storico (qualche suo libro porta nel titolo la parola storia) e dell'intuito di giornalista. Che peraltro non occorrono, bastando il semplice buon senso, per arrivare a questa ipotesi. Ed è soltanto questa ipotesi che spiega la qualità eversiva dei delitti di mafia degli ultimi anni.
Sospetto che proprio questa ipotesi a Bocca non piaccia, così come certamente non gli piace sentir dire che il generale Dalla Chiesa non si proteggeva sufficentemente e accortamente. Nulla di più evidente: il generale Dalla Chiesa andava per le strade di Palermo senza protezione e precauzione; ma pare che il dirlo venga considerato un'offesa alla memoria del generale e una remora alla lotta contro la mafia.
Non molti anni fa, a rendere impronunciabili certe verità, si diceva che facevano il gioco di qualcuno o di qualcosa che bisognava invece combattere; oggi l'interdetto sulle verità cade con l'espressione di "alleanza oggettiva". Ricatto insopportabile e che non sopporto. La verità, piccola o grande che sia, non stabilisce "alleanze oggettive", con ciò di cui non si vuole essere alleati e fa soltanto il gioco della verità. E dunque ribadisco: il generale non si proteggeva per come avrebbe dovuto. Dire che lo facesse ragionevolmente, poiché inutili sono tutte le protezioni, inutili tutte le scorte, è una sciocchezza: agguati come quello in cui il generale è caduto sono soggetti a elementi imponderabili. Chi poi crede che la mafia sia in queste operazioni perfetta e infallibile, finisce col conferirle quella onniveggenza, onnipresenza e onnipotenza che non ha, che non può avere. Si è parlato e molti che non ne hanno parlato ci hanno creduto della "geometrica" perfezione di certe operazioni delle Brigate rosse: e si è poi visto di che pasta son fatti i brigatisti e come la loro efficienza venisse dall'altrui inefficienza. Arriveremo alla stessa constatazione almeno lo spero anche con la mafia.
Non posso dire di aver conosciuto bene il generale Dalla Chiesa. L'ho incontrato un paio di volte a Palermo, quando comandava la legione, e le due volte che è venuto alla commissione Moro. L'ho seguito, per come potevo, durante il caso De Mauro. La sua linea era diversa da quella di Boris Giuliano. La linea dei carabinieri, la linea della polizia: come, purtroppo, quasi sempre avviene. Ma avevo l'impressione che quella di Giuliano fosse la più concreta: e tante cose, perciò, credo siano scattate a fermarlo. Erano uomini di uguale dirittura, di uguale passione, facevano fino in fondo il loro dovere: ma Giuliano aveva il vantaggio di essere siciliano.

Negli ultimi tempi, dalle confessioni Peci in poi, c'è stata la tendenza a fare di Dalla Chiesa un mito. Il più bravo di tutti contro il terrorismo, il più bravo di tutti contro la mafia. E ancora di più si tende a farne un mito da morto. Non c'è dubbio che nell'attuale dissoluzione le sue qualità facessero giustamente spicco. Era un ufficiale dei carabinieri di vecchio stampo: onesto, leale, coraggioso. E intelligente. Ma aveva i suoi limiti e ha fatto i suoi errori. In un vecchio, indimenticabile film di Duvivier che si svolge in una casa di riposo per attori, alla morte di Michel Simon (non ricordo i nomi dei personaggi, e perciò do loro quello degli attori), Victor Francen ne deve fare l'elogio: comincia col dirlo grande attore, inarrivabile interprete; ma ad un certo punto si ferma, dice: "No, non posso dire questo"; e allora sorge, dalla verità l'elogio più vero e commovente. E così dovrebbe essere sempre e per tutti. Il generale Dalla Chiesa ha fatto i suoi errori, dunque: e l'ultimo, fatale, è stato quello di non avere stabilito un sistema di vigilanza e protezione intorno alla sua persona. Dire che sarebbe stato inutile è tanto più insensato del dire che sarebbe sicuramente servito.
Domandarsi perché non ha voluto creare intorno a sé un tale sistema è del tutto naturale e legittimo. E la risposta che ci si può dare potrebbe anche essere di un qualche lume e servire. E dunque: perché? Come diceva Savinio, avverto gli imbecilli che le loro eventuali reazioni a quanto sto per dire cadranno ai piedi della mia gelida indifferenza. E la mia risposta è questa: il fatto che il generale Dalla Chiesa si fosse identificato nel capitano dei carabinieri del "Giorno della civetta" è dimostrazione, piccola quanto si vuole, di quel che pensava di sé e della mafia.
In questi giorni, per ristabilire la verità (e anche per abito di discrezione), sono stato costretto a dire che l'ufficiale dei carabinieri dalla cui conoscenza e amicizia mi era venuta l'idea di scrivere il racconto non era Dalla Chiesa, ma l'allora maggiore Renato Candida, comandante del gruppo di Agrigento. Candida aveva acquisito una tale coscienza e nozione del problema mafia, che si trovò a un certo punto a scrivere un libro molto interessante, che fu pubblicato dall'editore mio omonimo e che io recensii sulla rivista "Tempo presente".

Più tardi mi si accusò, su un giornale siciliano, di essermi adoperato presso Candida, e per sollecitazione di un deputato comunista, a fargli eliminare dal libro una parte che riguardava certe collusioni tra partito comunista e mafia. Accusa assolutamente falsa: e lo dimostra il fatto che, nel libro, certe collusioni locali tra comunisti e mafiosi (non tra partito comunista e mafia) vi sono registrate.
Pubblicato il libro, Candida fu regolarmente trasferito: alla scuola allievi carabinieri di Torino. Ed è da notare come allora ufficiali dei carabinieri e commissari di polizia, non appena mostrassero intelligenza e volontà nel combattere la mafia, venivano prontamente allontanati dalla Sicilia; mentre si è ora verificato, col generale Dalla Chiesa, esattamente il contrario: lo si è fatto ritornare in Sicilia appunto per la sua competenza in fatto di mafia. Per la sua intelligenza e volontà di combatterla.
Tirato in scena da me (e me ne scuso con lui), Candida, su La Stampa del 12 settembre, giustamente dichiara di non riconoscersi nel capitano Bellodi del "Giorno della civetta". Dice, in effetti, quello che io, in autocritica, ho sempre detto: che il capitano vi è troppo idealizzato, che è un portatore di valori e non un personaggio reale. "Il boss," dice Candida, "è personaggio reale, anche il maresciallo che opera accanto a Bellodi è credibile. Bellodi lo è meno." In questo personaggio idealizzato e non credibile. Dalla Chiesa invece si riconosceva. Questo era il suo limite. Nobilissimo limite, ma limite. Aveva di sé e dell'avversario immagini letterarie e comunque "arretrate".
Che tali immagini non agissero sul concreto lavoro che andava svolgendo, si può senz'altro ammettere; ma che fossero condizionamento al suo comportamento personale, è senz'altro possibile. E s'intende che sto parlando di Dalla Chiesa come era come probabilmente era a prescindere dalla sua lettura del "Giorno della civetta" e dal suo riconoscersi nel personaggio del capitano Bellodi. Il riconoscersi, insomma, è da considerarsi come un segno, una manifestazione, un sintomo. E non di vanità, sia ben chiaro.

So per certo che il generale escludeva la possibilità di una collusione tra mafia siciliana e terrorismo politico. Giustamente. Ma credo che non prendesse in sufficiente considerazione la qualità "eversiva" dei delitti di mafia avvenuti negli ultimi anni e da cui è possibile arrivare alla constatazione di un mutamento. Di un tale mutamento si può cogliere un riflesso anche nel solo parlare della mafia da parte di quegli uomini politici siciliani di partiti ritenuti infeudati alla mafia o infeudanti la mafia: che mentre prima e fino agli anni in cui il generale lasciò il comando della legione di Palermo - della mafia parlavano leggermente e persino spavaldamente, minimizzando o negando, facendo ironia su chi ci credeva e la temeva, negli ultimi tempi hanno preso a parlarne non solo credendoci, ma visibile anche nelle loro facce - con paura.
Ciò vuol dire che il tentativo di districarsi dalla mafia, e di districarne i loro partiti, è in atto. Che poi qualcuno non sappia districarsene o non voglia, può essere di turbativa o di remora a questa specie di volontà generale: ma tant'è che questa volontà c'è e che, per renderci conto di quel che accade, dobbiamo prenderne conoscenza.
Ci sarebbe a questo punto da riassumere tutto quello che della storia della mafia sappiamo, dalla relazione del procuratore Ulloa (1838) ai saggi di Hobsbawm ed Hess: ma anche chi questa materia conosce per sentito dire facilmente si accorge che tra Portella della Ginestra e l'assassinio del generale Dalla Chiesa corre un grosso divario. Il rapporto di reciproca protezione tra uno stato in sclerosi di classe e una mafia in funzione di sottopolizia e avanguardia reazionaria, cui veniva lasciata a compenso l'esazione di determinati tributi, si è certamente infranto. Per due ragioni. Una, perché lo stato disordinato, inefficiente, disfatto quanto si vuole non è più in sclerosi di classe. Ragione politica, dunque. L'altra ragione che si potrebbe dire morale, anche se nasce da precauzione e da calcolo che la gestione della droga, pur essendo fonte di redditi ingenti, ha spaventato quegli uomini politici che, ormai appagati di quel che già avevano in potere e in beni, non volevano correre ulteriori e meno protetti rischi.

A parte i figli, i nipoti, i familiari che nell'uso della droga potevano essere coinvolti (la famiglia è ancora un valore piuttosto ossessivo) non ci vuole grande perspicacia per capire che quello della droga è un nodo che deve venire al pettine, anche in un paese come l'Italia in cui pare che il pettine non ci sia. Verrà, comunque, al pettine di altri paesi: e conseguentemente del nostro. E qui è il caso di chiarire che molto probabilmente gli uomini politici indicati generalmente come mafiosi dall'Unità ad oggi non sono mai stati propriamente "dentro": l'hanno protetta e ne sono stati elettoralmente protetti, ne hanno agevolato gli affari e sono stati compartecipi dei profitti: che poi i loro successi, nelle fazioni interne di partito e nelle elezioni, e i loro profitti negli affari, comportassero violenze ed omicidi, loro hanno finto di ignorare: così come il Sant'Uffizio ignorava la sorte degli eretici affidati al braccio secolare. Ma la droga non era più "qualche omicidio"; era una rete di omicidi vasta e continuata. E credo che anche una parte della mafia, pur minoritaria, sentisseallo stesso modo. La parte ancora radicata nel mondo contadino.

In coincidenza all'emergere di questo crinale di divisione, c'è stata l'enunciazione della teoria del "compromesso storico". Teoria che non ha fatto bene al partito comunista, ma ne ha fatto alla democrazia cristiana. Coloro che, nella democrazia cristiana, alla realizzazione del "compromesso storico" aspiravano, hanno coinvolto tutto il partito nell'ansietà di farsi assolvere, dal rigoroso e quasi ascetico partito comunista, dai tanti peccati commessi dal 1948 ad oggi, il peccato di mafia incluso.
Da queste cose insieme, e da altre, viene il tentativo di sganciarsi, di defilarsi: ma senza un effettuale processo di autocritica, quasi che il tentativo sia una somma che tirerà poi lo storico di casi personali, di personali calcoli e paure.

A sua volta, da questo tentativo di sganciamento dei politici, la mafia ha paura. Non solo il tessuto protettivo intorno le si dismaglia, ma si accorge che anche gli strumenti per combatterla vanno facendosi concreti e precisi. Il fatto che le istituzioni siano in disfacimento non basta alla sua sicurezza: ci sono degli uomini che possono farle funzionare e che non sono facilmente sostituibili. Da ciò la catena di omicidi che va da Boris Giuliano a Dalla Chiesa. Da ciò l'assassinio a carattere ammonitorio di Pio La Torre: ad ammonire il partito che nella lotta contro la mafia ha posizione di punta.
Ho ricordato altre volte il vecchio capomafia Vito Cascio Ferro che, condannato per un omicidio, disse ai giudici che per un omicidio non commesso stavano condannandolo, mentre per i tanti che aveva commesso non erano riusciti a condannarlo. Alla democrazia cristiana oggi sta accadendo qualcosa di simile. Non in quanto partito, ma attraverso un certo numero di singoli che ne partecipano, per anni ha dato alla mafia protezione, sicurezza e prosperità; oggi che vuole distaccarsene, come non mai è accusata di esserci dentro. Le si volge contro anche la Chiesa: fatto che meriterebbe lunga disamina. E forse la faremo.
(
*"Corriere della Sera" 19 settembre 1992)


Anche i generali sbagliano

di Leonardo Sciascia


Per ragioni di salute in questi ultimi tempi ho letto pochissimo i giornali e i settimanali. Avevo già sperimentato, e ora ne sono certo, che a non leggerli si sta forse un po' meglio e sicuramente non peggio. Ma il non leggerli non basta a tenerci lontani dalle notizie: c'è sempre qualche samaritano che ce le porta. Sicché non ignoro che sui giornali è corsa una polemica, avviata da una lettera che ho poi letta del figlio del generale Dalla Chiesa agli intellettuali, all'intellettuale ("Caro intellettuale…"). E la polemica stava tra chi ritiene che l'impegno degli intellettuali sia stato, dopo l'assassinio del generale, non molto vibrante e chi invece ritiene che gli intellettuali non sono tenuti a simili impegni e anzi meglio sarebbe se non li prendessero.
La polemica a me appare alquanto astratta e gratuita. Non solo non riesco a vedere gli intellettuali come corpo a sé, come categoria o corporazione, ma ho del mondo intellettuale una nozione così vasta da includervi ogni persona in grado di intelligere, di avere intelligenza della realtà. Non mi pare si possa restringere il mondo dell'intelligenza a coloro che hanno a che fare con la carta stampata o con altri mezzi di comunicazione: e credo se ne abbia prova nel fatto, quotidianamente verificabile, che tanti che scrivono libri o articoli non sono minimamente in grado di leggere la realtà, di capirla, di farne giudizio. Conosco persone di astrale cretineria che trovano spalancate le porte di case editrici e giornali; e presumo ce ne siano in circolazione, da noi, più di quanti una società bene ordinata possa sopportarne senza cadere in collasso.

Fintanto, dunque, che si parla all'intellettuale come a uno che partecipa di una categoria o corporazione, non mi sento chiamato in causa. Anche ammettendo la restrizione che intellettuali siano quelli professionalmente e sindacalmente definibili in quanto tali, credo si possa senz'altro affermare che ci sono, all'interno della corporazione, tanti singoli tipi d'intellettuale quanti sono per cosi dire gli iscritti. Ogni intellettuale è una monade. E c'è la monade con porta e finestre, e c'è la monade chiusa. E nessuno dovrebbe azzardarsi a giudicare stante le non lontane e nefaste esperienze che la monade chiusa (la propria camera, la biblioteca, il labirinto) merita ostracismo o disprezzo mentre da coltivare, da preferire e da privilegiare è la monade aperta. Ci sono monadi spalancate che sono del tutto cieche, e monadi chiuse che vedono tutto.

Non credendo, dunque, di far parte di una categoria, corporazione o sindacato, se qualcuno mi corre dietro chiamandomi intellettuale, non mi volto nemmeno. Mi volto e rispondo se mi si chiama per nome e cognome: ma a patto, si capisce, che le domande abbiano un senso; che non siano dettate da imbecillità o malafede; che non riguardino cose da me già dette, e cioè già scritte. Il ripetere può essere di giovamento agli ignoranti; ma nell'ambito della carta stampata, di coloro che vi lavorano, l'ignoranza anche se c'è non è da ammettere, come non è ammessa di fronte alle leggi.
Sarebbe, per esempio, una domanda sensata quella che è invece, nei miei riguardi, da parte del figlio del generale Dalla Chiesa un'accusa (non nella lettera al "caro intellettuale", ma nell'intervista ad un settimanale): perché per anni ho lasciato credere che ad ispirarmi la figura del capitano dei carabinieri, nel "Giorno della civetta", fosse stato Dalla Chiesa e solo dopo che Dalla Chiesa è stato assassinato mi sono deciso a smentire?
Confesso che è una domanda cui rispondo di controvoglia, come tirato per i capelli. Ma è una domanda legittima. Ed ecco la risposta: che il generale si identificasse in quella figura, mi faceva piacere e mi pareva (per me e per ogni cittadino che tenesse alle istituzioni democratiche) un fatto rassicurante; e in questi termini una volta ne ho parlato, prendendomi i rimproveri de l'Unità. E mi pareva inutile ristabilire la piccola verità che allora (1961) io non sapevo dell'esistenza di Dalla Chiesa e che, se mai, a darmi l'idea del personaggio era stato il maggiore Renato Candida. Che differenza faceva? Di ufficiali dei carabinieri di quel tipo evidentemente allora ce n'erano più di uno. Ma quando Dalla Chiesa fu assassinato e non solo si scatenò intorno a me, in quanto veggente profeta, la caccia giornalistica, ma il mio editore stesso tornò a fare la pubblicità al libro indirettamente avallando la veggenza, la profezia, mi sono sentito in dovere di dichiarare quella piccola verità che avevo fino allora taciuta.

Detesto passare per profeta: sono uno che sommando due e due dice che fa quattro. Ma proprio dal Giorno della civetta in poi, quasi puntualmente ad ogni libro che pubblico e ad ogni intervento di un qualche rilievo che faccio, ora da una parte ora dall'altra, c'è sempre chi salta su a dire che ho sbagliato la somma. Salvo poi, di fronte all'accertamento dei fatti, a riconoscermi il dono della profezia. Che non ho.
Sta accadendo la stessa cosa intorno ad un mio articolo pubblicato dal Corriere della Sera il 19 settembre dell'anno scorso: è saltato su qualcuno a rimproverarmi che due e due non fa quattro, ma tre o cinque. Il figlio del generale arriva ad affermare, in una intervista, che con le mie dichiarazioni avevo fatto "il gioco della mafia", poiché avevo sostenuto che suo padre non aveva capito cos'è il nuovo fenomeno della mafia. E aggiunge: "Mentre è vero proprio il contrario." Affermazione che si può giustificare nell'ordine dei sentimenti e dei risentimenti, ma del tutto inconsistente, di vacua retorica, in ordine alla verità effettuale. Il generale Cappuzzo, uomo d'esperienza e siciliano, ha detto il 29 settembre le stesse cose che io avevo detto il 19. Era stato anzi più esplicito, se ad un certo punto aveva detto: "Questo ufficiale che alla sua età sposa una giovane donna, non voleva probabilmente far pesare su di lei il suo ambiente di precauzioni, di mancanza di libertà, di coercizione, per cui avrà probabilmente ecceduto nel senso opposto. In più, confidava che non osassero attentare alla sua vita."

Non aveva capito, insomma, la mafia nella sua trasformazione in "multinazionale del crimine", in un certo senso omologabile al terrorismo e senza più regole di convivenza e connivenza col potere statale e col costume, la tradizione e il modo di essere dei siciliani. La frase che i giornali riferirono come pronunciata dal presidente Pertini "Potevano almeno risparmiare la signora" in effetti muoveva dalla stessa ingenuità da cui il comportamento di Dalla Chiesa è stato dettato: la mafia ormai non solo uccideva giudici, ufficiali dei carabinieri e della polizia, uomini politici dei partiti che la combattevano, ma anche le signore (la moglie di Sirchia davanti al carcere dell'Ucciardone).
Ora io non riesco a capire perché dicendo queste cose si faccia "il gioco della mafia" (lo fa anche il generale Cappuzzo?). Non si fa il gioco della retorica nazionale e familiare, questo sì. Ma dire che si fa il gioco della mafia è gratuita e sciocca diffamazione. Se il figlio del generale Dalla Chiesa continua ad affermare che le cose stanno esattamente al contrario, ha due doveri da assolvere: primo, dimostrare documentalmente che il generale aveva messo le mani su qualcosa che costituisse per la mafia pericolo immediato; secondo, mettersi lui a lavorare stante il suo mestiere di sociologo a una descrizione della mafia attuale che contraddica quella che io ho sommariamente cercato di tracciare. Se non fa né l'una né l'altra cosa, il suo agitarsi e inveire produce nell'opinione pubblica soltanto confusione. Già il generale Cappuzzo, nell'intervista che ho ricordato, constatava che la retorica rischiava di deteriorare la figura di Dalla Chiesa: "Tutto quello che mettiamo di contorno, che tende, diciamo così, a farne un personaggio da romanzo, finisce col danneggiarlo. Quindi io sarei molto cauto. Stiamo ai fatti. E i fatti sono quelli che conosciamo."

La cautela raccomandata dal generale Cappuzzo non c'è stata. Sicché tirato, come ho già detto, per i capelli debbo, a chi crede di poter dire quello che vuole, dire quel che certamente non ama sentire. Ed è questo: che l'accusare e il drammatizzare sui poteri che in Sicilia non sono stati dati al generale Dalla Chiesa, il far credere che appena avuti certi poteri il generale avrebbe tirata fuori dalla manica una radicale panacea contro la mafia, è una mistificazione. Non si sa quali poteri uno stato democratico può dare a un prefetto, anche se investito di particolari funzioni, senza venir meno alla propria essenza. Già in Sicilia polizia e magistratura hanno poteri sufficentemente acostituzionali, se non anticostituzionali, come quello del ripristinato confino di polizia. Che cosa si vuole oltre: il coprifuoco, la deportazione in massa, la decimazione? Io sono convinto che di poteri il generale Dalla Chiesa ne ebbe già troppi nella lotta contro il terrorismo: e ne è discesa quella legge sui pentiti che nessuno, spero, verrà a dirmi abbia a che fare con l'idea della giustizia e con lo spirito e la lettera della Costituzione.

Nella relazione che ho consegnato al presidente della commissione Moro il 22 giugno dell'anno scorso (si badi: il 22 giugno 1982) è brevemente fissato un giudizio sul generale che la sua tragica morte non può mutare. Pirandello chiamava i morti "pensionati della memoria": ma dobbiamo sempre pensionarli di verità, non di menzogna. La menzogna è offesa ai morti quanto ai vivi. E lasciando da parte quel che tutti potranno leggere nella mia relazione e sui verbali di audizione che la suffragano (una volta che usciranno dal segreto non segreto in cui per ora stanno), mi fermerò a quel che molti sanno, che se hanno luce di memoria ricordano, che se hanno amore anche minimo alla verità non possono rimuovere: la vicenda Peci e la vicenda P2. Molti sono i punti della vicenda Peci che non mi convincono; e non ultimo quello dell'uccisione dei brigatisti in via Fracchia, a Genova. Non sono per nulla convinto, voglio dire, che quelle persone non potessero essere catturate vive e senza rischi per quei carabinieri che partecipavano all'azione. Né posso ammettere che un corpo di polizia bene addestrato, quale il generale diceva fosse il suo, si fosse fatto sfuggire Peci una prima volta semplicemente perché la casa in cui Peci abitava aveva due porte. "Elementare," direbbe non dico Sherlock Holmes, ma qualsiasi sottufficiale dell'Arma, "quasi tutte le case hanno due porte." E in quanto alla P2: non mi convince per nulla che il generale ci fosse entrato (dietro consenso del generale Mino, che era già della P2) per andare a vedere quel che vi succedeva. C'era già suo fratello: poteva farselo dire da lui.
Non sto facendo delle postume malignità. Sto soltanto ricordando cose che, nella euforia celebrativa, si vogliono dimenticare e far dimenticare. Cerchiamo di tirare il collo alla retorica, per come prescrive una buona regola. E cerchiamo di andare avanti, anche senza la retrospettiva illusione (che sarebbe un alibi) che soltanto il generale Dalla Chiesa sarebbe stato in grado di debellare la mafia. Io mi sono rallegrato, e l'ho pubblicamente dichiarato, della sua nomina a prefetto di Palermo; e la sua morte mi ha dato apprensione e dolore e sul piano umano e sul piano della valutazione delle cose siciliane. Ma non bisogna né farne un mito né conseguentemente affogare nella disperazione. Qualche speranza c'è ancora.
(*da "l'Espresso" 20 febbraio 1993


Un Dalla Chiesa piccolo piccolo 

di Leonardo Sciascia


Domenica scorsa, prima che mi portassero il giornale "la Repubblica" con l'intervista al figlio del generale Dalla Chiesa, ho avuto molte telefonate che me la segnalavano e la commentavano. Tutti, a definirla, la dicevano "delirante"; e più di uno aggiunse: "Cose dell'altro mondo."

Quando più tardi la lessi, constatai che era davvero delirante e che vi si dicevano cose dell'altro mondo cioè, appunto, del mondo del delirio, della mania. E la mia prima reazione è stata quella di lasciar perdere e di scrivere soltanto al direttore de "L'Espresso" per chiedergli il favore di ripubblicare intera l'intervista. Cosa che mi piacerebbe si facesse, ma rendendomi conto delle ragioni che vi si oppongono mi limito a pregare coloro che non l'avessero letta di cercarla: si trova a pagina 9 de "la Repubblica" di domenica 20 febbraio. Ma a questa prima reazione ne è seguita altra, sollecitata dall'automatico affiorarmi alla memoria di una grande, emblematica frase del Don Chisciotte. Il delirio, le cose dell'altro mondo; ma Cervantes avverte che quando dalle cose che sembrano dell'altro mondo vengono dei ragli, è segno che sono di questo mondo. E l'intervista era quasi tutta un ragliare, un rabbioso ragliare di questo nostro mondo in cui più non si analizzano i fatti e non si discutono le opinioni.

Ma lasciando da parte i ragli, cui ovviamente non si può rispondere che ragliando, e ne sono del tutto incapace, c'è a tratti nell'intervista qualcosa che più inequivocabilmente dei ragli appartiene a questo nostro mondo, o almeno a un certo settore di questo nostro mondo: ed è la menzogna, la menzognera diffamazione e calunnia, la fredda mascalzonata. Questo passo dell'intervista, per esempio, vale la pena riportarlo: "Non vorrei che in tutto questo, qualcuno seguisse lo stesso ragionamento fatto a suo tempo da Michele Sindona nei confronti di Sciascia, quando gli mandò degli emissari per chiedergli di impostare una campagna di opinione a suo favore, che poi Sciascia non fece, limitandosi a dare qualche consiglio."

Ora io ho raccontato subito, allora, a tutti i miei amici, della visita che avevo avuto di un mio concittadino residente in America e che soltanto mi aveva parlato dell'innocenza del suo amico Sindona e di come fosse vittima di una macchinazione. Senza nulla chiedermi, mi disse che mi avrebbe fatto avere dei documenti che provavano innocenza e macchinazione. Documenti che non ebbi; e soltanto nell'estate dell'anno scorso mi è pervenuto un memoriale, che non ho ancora letto. Più tardi, da una lettera di Sindona pubblicata da un settimanale, seppi quel che Sindona avrebbe voluto da me, ma che il mio concittadino non si attentò a chiedermi. Che io abbia dato "qualche consiglio" è dunque una menzogna e una diffamazione: e se il figlio del generale non specificherà da quale fonte ha appreso che io abbia dato consigli a Sindona e in che questi consigli consistessero, sarò in diritto di considerarlo un piccolo mascalzone.

Altra mascalzonata è la frase finale dell'intervista, quando il figlio del generale considera il mio articolo pubblicato da "L'Espresso" come possibile inizio di una controffensiva che si augura "si fermi alle parole". Non solo dimentica vuole dimenticare e far dimenticare che è stato lui a provocare quel mio articolo, ma insinua che mi è stato come dire? commissionato dalla democrazia cristiana (e per lui la DC è tout court la mafia) e che alle parole, alle mie parole!, possono seguire dei fatti. E soltanto un essere privo d'intelligenza e carico di abiezione ambizione poteva arrivare a una simile insinuazione.

Il fatto è che a questo poveretto è stato fatto credere che non si deve, e non si può, parlar male del generale Dalla Chiesa così come un tempo (e forse ancora) di Garibaldi. Ma la figura del generale appartiene alla cronaca di questi anni e alla storia; né io ho voluto genericamente dirne male. Ho parlato di fatti ed ho espresso opinioni: ma su questo terreno il figlio si è rifiutato di scendere. Come si suol dire, buon pro gli faccia. E credo ne vedremo il pro che saprà spremerne.

(*"l'Espresso" 6 marzo 1993)




Nessun commento: