Le donne cambiano la storia, cambiamo i libri di storia

31 maggio 2012

Se non si è grande impresa commerciale e non si è dotati di enormi capitali non si può più trasmettere, con lo switch-off. E TeleJato sarà costretta a chiudere, non più autorizzata.

Rilancio questo interessante articolo di Alessio Di Florio da www.censurati.it  - Padroni di niente, servi di nessuno

La fiera della (vuota) retorica di Napolitano e Co.

A parole vengono declamati i più grandi ideali democratici e s'invoca  la lotta civile contro le mafie. E nei fatti si chiude TeleJato, la Tv di Pino Maniaci, unica d'antimafia d'Italia e si esegue un'incostituzionale  parata militare

"Retorica, retorica, retorica a buon mercato!".

Sembrano voci di uno dei tantissimi mercati rionali che animano le piazze di tante parti d'Italia. E invece è la cronaca politica e sociale delle ultime settimane. Il ventennale della strage di Capaci, i funerali del sindacalista Placido Rizzotto (il cui corpo han finalmente trovato degna sepoltura dopo decenni) e, fra pochi giorni, la Festa della Repubblica stanno offrendo occasioni per altissimi discorsi celebrativi e un immenso mare di retorica. 

Napolitano, addirittura commosso nel giorno del funerale di Placido Rizzotto, ha ripetuto le parole di Giovanni Falcone sulla mafia che prima o poi troverà una fine come ogni "fenomeno umano" e invocato l'opposizione sociale e civile contro ogni mafia della società civile.

E' la stessa invocazione che fece il 16 Novembre 2006 davanti a don Ciotti e all'associazione Libera, riuniti a Roma per la prima edizione di Contromafie. Ricordammo in quell'occasione che Napolitano era (ed è) rappresentante delle stesse istituzioni che, mentre "la società civile si è sempre impegnata nel fronte antimafia. In questi anni è proprio la politica, ufficiale, di palazzo, che è stata latitante, pesantemente assente (tranne quando era in manette)" chiudendo affermando che "l'antimafia sociale ogni giorno innerva il tessuto civile italiano alle frontiere della legalità, nei luoghi dove più il peso mafioso e camorristico è imperante" ma ha bisogno di "un serio e profondo impegno della politica" e non di appelli e retorici discorsi che rimandano sempre ad altrui responsabilità.

Il 14 luglio 2009 si denunciava che "Pino Maniaci ha rischiato otto anni di carcere, strumentalmente trascinato in tribunale dai poteri forti che lui quotidianamente denuncia. E, in questa vicenda, l'Ordine dei Giornalisti Siciliano (quello di cui, da anni, Riccardo Orioles denuncia la latitanza e la connivenza con Mario Ciancio Sanfilippo) è stato protagonista fino alla fine. Costituendosi parte civile e accusando Pino di 'abuso dell'esercizio della professione di giornalista' in quanto non iscritto all'ordine (in realtà gli è stato impedito …)", una vicenda che evocava pesantemente il ricordo di Antonio Russo, che ebbe identica sorte prima di essere ucciso sulle alture del Caucaso. E mentre accadeva questo le decine di quotidiane denunce di Pino e le intimidazioni, le minacce che quotidianamente subiva (e subisce) cadevano nell'indifferenza istituzionale.

Oggi la situazione è ancora peggiore.

La rivista Casablanca, fondata proprio in quegli anni da alcuni dei collaboratori storici di Pippo Fava (giornalista assassinato dalla mafia nel 1984) sopravvive, ma solo sul web.  Da anni ormai non è più possibile stampare il periodico, che viene diffuso solo sul sito http://www.lesiciliane.org/casablanca.

TeleJato, la televisione antimafia di Pino Maniaci di San Giuseppe Jato, sta per chiudere per "ordine di Stato". Fra pochi giorni in Sicilia avrà inizio lo switch-off, il passaggio al digitale terrestre. E TeleJato sarà costretta a chiudere, non più autorizzata. Per la legge Mammì TeleJato, in quanto televisione comunitaria, è una onlus che non ha un bilancio che consente di partecipare all'asta per le frequenze del digitale terrestre.

Se non si è una grande impresa commerciale e non si è dotati di enormi capitali non si può più trasmettere…

"L'Italia è una Repubblica democratica" recita il primo articolo della Costituzione. Quella Costituzione invocata ad ogni occasione e ai cui altissimi ideali civili dicono tutti di ispirare e uniformare la propria azione politica, da Napolitano in giù. Repubblica viene dal latino res-pubblica, cosa pubblica. Ma loro al bene della "cosa pubblica", alla democrazia, alla libertà di espressione (art. 21 della Costituzione) hanno preferito, stanno nettamente ponendo avanti l'economia più spicciola, la forza del denaro e delle lobby mercantili.
Se non si è una grande impresa commerciale e non si è dotati di enormi capitali l'articolo 21 non conta e la denuncia delle mafie e dell'illegalità diventa solo un insignificante dettaglio.

La Repubblica è democratica. E se c'è un qualcosa che democratico non è e, anzi, ne rappresenta la totale negazione, è l'uso delle armi, l'esistenza degli eserciti e l'esercizio della guerra. Gli eserciti fanno guerre, e le guerre uccidono, non costruiscono ma distruggono.
La guerra è morte, dalla guerra nasce solo altra guerra. La forza militare è l'esatto opposto, il contrario più totale della democrazia. Essa è depositaria della violenza più bruta, che cancella ogni ratio e dove prevale solo l'arroganza e il ferro.
Una democrazia non può quindi mai e poi mai esaltare la violenza delle armi, la potenza del proprio apparato bellico. Essa dovrebbe invece addirittura averne vergogna, in quanto la "necessità" delle armi è una sua sconfitta, una sua resa. Eppure, ancora una volta, anche quest'anno fra pochi giorni "celebreranno" la Repubblica con una tronfia e dispendiosissima parata militare a Roma.

Passano gli anni ma si sente sempre quel grido "Retorica, retorica, retorica a buon mercato!"…

Alessio Di Florio


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