Le donne cambiano la Storia, cambiamo i libri di Storia.

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3 dicembre 2014

Chi sono gli 'attivisti' occidentali che collaborano con i terroristi palestinesi

Dalla STAMPA di ieri, 02/12/2014, a pag. 17, con il titolo "Noi occidentali a Ramallah sfidiamo i fucili israeliani", l'intervista di Maurizio Molinari a cosiddetti "attivisti" occidentali, collaboratori delle frange più estreme del terrorismo palestinese.
 Dal suo pezzo i lettori possono conoscere i processi mentali che portano all'odio contro Israele.
 Ringrazio Molinari per farceli conoscere.

Attivisti dell'ISM: attivisti ? pacificisti ?
In Cisgiordania c'è una «legione straniera» di attivisti che ogni giorno si batte a fianco dei palestinesi contro gli israeliani e per incontrarla siamo entrati nella stanza numero 14 al primo piano dell'edificio «Kuwait» dell'ospedale di Ramallah dove è ricoverato l'agronomo italiano di 30 anni ferito al petto da un soldato durante gli scontri avvenuti venerdì a Kafr Qaddum, vicino Nablus.

Fra bandiere palestinesi, vasi di fiori e strumenti medici l'italiano che si fa chiamare Patrick Corsi è seduto assieme a Sophie, 31 anni di Copenhagen, Malia, 21 anni di Berlino e Karyn, 28 anni dello Stato di New York. Fanno parte di uno dei gruppi dell'«International Solidarity Movement» (Ism) ovvero la spina dorsale di «un centinaio di attivisti internazionali di più organizzazioni giunti qui per aiutare i palestinesi a far diminuire la violenza israeliana» spiega l'italiano.
Ascoltarli significa entrare nell'universo in cui vive questa pattuglia di attivisti accomunati dalla convinzione che il conflitto in Medio Oriente abbia come unico responsabile Israele: ciò che dicono e descrivono esprime una difesa estrema delle tesi palestinesi che si spinge fino a contestare la soluzione dei due Stati.

Anzitutto ognuno di loro premette di dare generalità false «perché altrimenti gli israeliani ci metterebbero in una lista nera e non potremmo più tornare dopo la scadenza del visto di 90 giorni» dice Malia. Patrick, con la maglietta «Palestina nel mio cuore» in realtà svelerà presto il vero nome perché vuole fare causa all'esercito israeliano per il proiettile che lo ha colpito nel petto: «L'azione legale vorrà punire il soldato e l'esercito per quanto avvenuto, e si svolgerà nella terra del 1948». II termine «terra del 1948» viene adoperato al posto di «Israele», contestandone la legittimità anche nel vocabolario.

«In Danimarca avevo molte amiche ebree e israeliane, amavo Tel Aviv - racconta Sophie - ma poi c'è stato il massacro di Gaza, sono voluta venire oltre il Muro e ora non voglio più tornare nella terra del 1948». Patrick ritiene che «anche Tel Aviv all'origine era un insediamento illegale», imputa «ai sionisti, e non agli ebrei, di aver progettato e realizzato il furto della terra palestinese» e crede che «la soluzione di questo conflitto arriverà quando i sionisti ammetteranno tale colpa e lasceranno ai palestinesi la scelta se vivere assieme oppure farli tornare negli Stati di provenienza».

In queste parole la negazione del diritto all'esistenza di Israele diventa palese. Anche Karyn, Malia e Sophie non credono nella soluzione dei due Stati - Israele e Palestina, secondo la formula di Oslo 1993 - per molteplici motivazioni: dalla «costruzione di insediamenti che sono città coloniali impossibili da smantellare» alla «necessità di vivere assieme, condividendo le stesse scuole anziché separarsi». Tali opinioni sono frutto di settimane di vita con i palestinesi. «Sono stata alle esequie di un bambino di 15 anni ucciso perché aveva lanciato una molotov contro dei soldati e ho assistito alla carica militare contro il corteo funebre» ricorda Karyn. «Ho incontrato la famiglia del palestinese che ha accoltellato un soldato a Tel Aviv ed ho visto la sua casa distrutta dai soldati, è umanità questa?» si chiede Sophie. «Sono stata nell'aula del tribunale militare di Salam dove ad un 17enne è stata rinnovata la detenzione amministrativa senza concedergli di parlare» aggiunge Malia, trattenendo a stento la commozione. «Sono andato a raccogliere le olive con i palestinesi perché gli ulivi sono la loro risorsa più importante ma i militari gli consentono di prenderle solo 2-3 giorni l'anno» afferma Patrick.

Sono esempi di una militanza che si declina in una miriade di interventi - dall'accompagnare i pastori nei terreni militari a dormire nelle case destinate alla demolizione fino a fotografare i soldati sui tetti delle case - per «diminuire la violenza contro i palestinesi» con azioni, assicura Patrick, «non violente, concordate fra noi e guidati da palestinesi». Anche un'altra italiana è stata ferita: Giulia, siciliana, un mese fa a Qalandya.

Per questi attivisti gli eroi sono Rachel Collie, Tom Hurndall e Vittorio Arrigoni ovvero i «caduti di Ism a Gaza»: i primi due morti nel 2003 e 2004 in incidenti con gli israeliani, il terzo ucciso nel 2011 dai salafiti palestinesi. Ad accomunare questi giovani è tanto la convinzione di «aiutare i palestinesi a far conoscere al mondo le loro sofferenze» quanto un'interpretazione degli attentati anti-israeliani, come l'assalto alla sinagoga di Har Nof in cui sono stati uccisi quattro rabbini, che Patrick riassume così nell'assenso generale: «Chi semina violenza, raccoglie violenza». Ovvero, nella «terra del 48» c'è il nemico.

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